Fiori d’acciaio

Lettera 21. “Ci credi? Un giorno questa guerra finirà, ne sono sicura! Io lo immagino spesso quel giorno, sai?! E tu? La poesia fermerà tutto questo, e questa battaglia cesserà di essere, sciolta in versi meravigliosi. Il mondo non può finire, la luce non può morire, il cielo oscurarsi! Questo foglio resterà, questo haiku diverrà… andrà oltre!”
Gli occhi di Amina si levarono dalla carta, cercando quelli di Enea, fra l’eco delle bombe in lontananza, la nenia dei pianti di morte a saturare le strade, le urla disperate dei civili in cerca di aiuto.

Dietro i vetri della finestra di quella che era stata una volta una redazione accogliente e sicura, ridotta in polvere e calcinacci, ricovero per chi cercava di mettere in salvo la propria vita dalla furia della guerriglia, la giovane cercava fuori ancora nei riverberi delle granate: la vita, disperata nel suo incedere. I lunghi capelli lasciati sciolti sulle spalle, la camicia bianca aperta sul seno piccolo, la lunga gonna, le scarpe dalle suole logore, Enea la rimirò nello spogliarsi del vento a scivolare sul lamento dell’artiglieria e il sentore dei corpi in putrefazione messi a marcire per le vie insieme ai vivi, fra il puzzo di piscio stagnante, in piedi accanto a lei, carezzò quel foglio sul ripiano del tavolo, perdendosi in quell’istante, mentre il guaire di Scheggia accucciato lì accanto li faceva sentire in qualche modo ancora più uniti.
L’haiku, la poesia di tre versi in stile orientale che tanto amavano ambedue, e che la lotta aveva strappato loro sostituendo i mitra alle penne.
Le penne, i quaderni, le matite spezzate, i ricordi: lui che aveva riso di gioia fra le lacrime, il giorno in cui Amina aveva realizzato il suo sogno ed era entrata in quel Giornale, lui che amava la poesia quanto lei, che da anni appuntava ai margini i suoi haiku, insieme agli accordi della sua chitarra, quella che amava, e aveva lasciato nel suo appartamento prima di partire ri-chiamato dalla morte e dalla devastazione, soldato al servizio del popolo. “_E cerco/ la piuma d’angelo/ delle tue ciglia” l’haiku che lei aveva scritto, vergato veloce. La mano del giovane cercò il muso umido della bestia per dargli coraggio. Amina piegò quella poesia e la infilò fra le pagine de “Le memorie di Adriano” per nasconderlo, affinché i militari al loro arrivo non potessero bruciarlo, quel libro che avevano letto insieme, lei ed Enea.
Per anni lei aveva scritto fra quelle mura i suoi pensieri, un blog indipendente, per anni Enea era corso lì in licenza per poterla stringere a sé. Il giovane chiuso nella mimetica d’ordinanza, squadrò quella ragazza senza pronunciare parola, sarebbe rimasto ore ad ascoltarla, a sentire quei versi camminargli sulle tempie. Adorava il suono di quelle parole, la melodia che producevano nel suo cuore al loro avanzare, incalzare, rincorrersi. Il suono delle parole, splendide come neve, miele, nei suoi pensieri. L’odore della carta, i fogli consunti sopra cui appuntare la poesia, in salvo dall’apocalisse che stava consumandosi attorno. Lontano dagli spargimenti, i ventri aperti, il dolore della gente.
Gli occhi del giovane tornarono freddi, taglienti.
Aveva scritto molti haiku prima della guerra, tanti, in Giappone aveva appreso all’età di dieci anni quasi tutti i Giornali riservavano una sezione dedicata agli haiku, accanto alle notizie di ogni giorno. Gli era rimasto impresso nella mente in maniera indelebile, e sostenuto da lei aveva nutrito quel sogno “In molti momenti la poesia mi è venuta in aiuto!” sospirò, la canotta incollata al petto, i muscoli guizzanti delle braccia a disegnare cerchi nell’aria “Gli haiku mi hanno salvato la vita così tante volte!”
Amina adorava il suo animo, quegli attimi in cui tutto taceva, ed il soldato lasciava il posto all’uomo. Sincero. “Un giorno la pubblicherai la tua poesia, Enea. Gli haiku ne sono sicura, riporteranno la pace, parleranno di giorni di gioia e risate di bambini!”. Lo spronò sfiorandogli la spalla con dolcezza, sullo scodinzolare gioioso del loro compagno a raspare il pavimento.
Il capo di lui si piegò nel sognare una vita migliore, dove la dignità umana fosse ritenuta ancora tale, un valore “Potrei titolarli “Il suono delle parole”, la melodia stessa che ogni parola fa nascere!” asserì lui e lento carezzò quell’ultimo haiku con labbra tremanti. Prima di chiudere la dita a pugno.
Muti entrambi. Attoniti sullo scenario di quel mondo in distruzione. Fiori d’acciaio. Amina annuì, uscendo senza dargli risposta, lasciando al suo orecchio solamente il rumore dei suoi passi a sparire, seguiti dal ringhiare di Scheggia.
Mentre un angelo, serrava i suoi begli occhi viola in quel cielo sopra la guerra, colmi di lacrime.

Published in: on gennaio 14, 2015 at 6:00 pm  Lascia un commento  

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