Anastasia

la volpe che non sapeva spiegarsi la guerra

Lettera 21. Sollevando il muso verso il cielo a puntare la luna, la giovane volpe si chiese ancora una volta, perché. Non riusciva a spiegarsi perché la pace non dovesse regnare così, sovrana ogni sera, il silenzio non dovesse perdurare, perché di lontano fossero invece accesi fuochi di mortai e i fiori intorno venissero macchiati di sangue, fra i cespugli percossi a ripetizione da spranghe di ferro, non sapeva darsene una ragione plausibile. Perché l’Uomo avesse scelto la Guerra, non riusciva a comprenderlo.


La neve cadeva lenta quella notte, su quello scenario di calma apparente, la valle sembrava aprirsi ai cuori delle creature col suo biancore puntellato d’argento, i rami grossi degli alberi verso il cielo, placidi a cullare l’anima, le bestie nelle loro tane, le civette dentro i loro nidi.
Di colpo ricordò quando, tempo addietro, prima che i fucili cominciassero a infuriare nella loro quotidiana attività di morte e le granate iniziassero a fare da sottofondo ad ogni giornata, come quelle notti fossero la regola, in quel periodo dell’anno quando il solstizio d’inverno iniziava a chiudere le porte attorno ai suoi figli per invitarli al sonno, custodendoli col suo candore.
Quel periodo che lei aveva imparato negli anni a condividere con Scheggia, scaldandosi al tepore del suo fiato, nel fondo della loro grotta ai margini del bosco. Il loro rifugio.
Scheggia. Conosciuto quel lupo una mattina di primavera, ancora cuccioli entrambi, non si erano mai più lasciati. Fare amicizia era stato facile, era bastato uno sguardo, mentre entrambi intenti a bere alla stessa fonte, si erano incontrati quasi per caso. Lei volpacchiotta dal pelo fulvo, curiosa e docile, lui fiero e bellissimo con quei suoi due occhi dolcissimi. “Il mio nome è Anastasia!” era bastato “Il mio Scheggia!”.
Era stato facile aprirsi, volersi bene, ruzzolare nei prati fra l’erba fresca, godere del sole e dell’aria pura. Rincorrere l’arcobaleno, fermarsi con le farfalle ed al sopraggiungere della prima gelata scoprire la stessa identica voglia di restare vicini, dividendo il giaciglio invernale.
Poi i fucili, il passo dei soldati, gli anfibi nelle loro parate d’ordinanza, quelle pallottole di ferro, quei tagli di lame, bestemmie e lacrime. I ventri degli esseri umani abitanti le case attorno al bosco, a venire squarciati, i crani fracassati, le urla dei bambini martoriati.
“Come possono recitare poesie così belle e bere il sangue dei propri simili allo stesso modo?” le aveva detto una notte il lupo, scuotendo il capo. Amareggiato. “Anastasia, io conosco gli Umani che indossano divise come quelle, li chiamano soldati e loro uccidono, come sono sì capaci di comporre bellissime poesie. Ne ho conosciuto uno che si chiamava Torquato, ed una sera, al tramonto, seduto sotto un ulivo lo sentii recitare sommessamente mentre scriveva su una moleskine nera, il suo diario di viaggio, “Cercami-/stanotte fra le righe/ dei tuoi pensieri”. Lo sentii dire che era un haiku e lo dedicava alla donna che amava, e da cui era stato separato a causa della guerra!” raspò con le unghie la nuda pietra, ululando.
“E poi?” le chiese la volpe sospesa, “Poi il giorno dopo uccise una ragazza, puntandole il fucile alla nuca. Lei portava in grembo un bambino, la fece inginocchiare verso l’orizzonte e fece fuoco!” ringhiò l’animale, sibilando fra le zanne.
Anastasia nel ricordare chinò il capo, guaendo, al fischio del vento a frustare le sue orecchie.
Era gelida la valle quella notte, il solstizio si stava nuovamente avvicinando, ma per quell’anno Scheggia non sarebbe stato con lei, a scaldarla e darle risposte. Massacrato da una pallottola sparata a pochi centimetri da un soldato sconosciuto a inveire contro di lui gratuitamente “Bestia schifosa!”, chiudendo i suoi begli occhi viola per sempre.
Mentre una lacrima le bagnava il muso, senza che lei riuscisse a capacitarsi di tutto ciò che stava avvenendo attorno, nel mondo.

Published in: on dicembre 18, 2014 at 10:17 am  Lascia un commento  

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