Merry Christmas

Lettera 21. Sollevando lo sguardo dal suo lavoro, Albert puntò dietro i vetri della finestra il sovvenire della tempesta, sarebbe stata un’altra notte di gelo e neve, aveva imparato ormai a capirlo dall’odore del vento, dai suoi impercettibili movimenti, i suoi cambiamenti, seppur infinitesimali, sarebbe stato un Natale gelido, quello.
Lento roteò il collo per sciogliere i nervi tesi delle spalle, e per un attimo i suoi occhi vagarono in quella stanza oltre il presepio di cartapesta che stava ultimando, su cui era ormai chino da ore, esausto.


La testa gli doleva sempre quando era sottosforzo, portava ancora su di sé i segni dell’incidente, era innegabile, aveva bisogno di tempo, ancora molto riposo, per quanto si imponesse di voler riportare tutto nei binari della quotidianità il prima possibile, le ferite che gli ricoprivano il corpo non gli permettevano grandi lussi, come d’altronde la testa che rimaneva in maniera esponenziale il centro del suo malessere più acuto, la convalescenza nonostante gli stesse portando indubbiamente grossi benefici, si profilava ancora lunga, l’incidente di cui era stato vittima, doveva dare ragione ai medici, era stato davvero grave, e abbisognava di cura e pazienza.
L’incidente, quel terribile incidente che aveva cancellato la sua memoria, lui sperava in cuor suo, in maniera temporanea. Cancellando tutto ciò che era stato, con un sol colpo di spugna. Forse era quello il motivo, per cui gli doleva di gran lunga la testa, più del resto del corpo, probabilmente.
D’improvviso il ricordo del suo risveglio al campo, l’odore di sangue, di disinfettante, di carne cruda, aperta, di munizioni, il viso chino del medico che l’aveva rianimato d’urgenza, degli uomini che gli avevano prestato soccorso, gli tornò vivido. Assieme alla macabra scoperta di non ricordare assolutamente più nulla di sé.
Nulla. Tutto cancellato. Le uniche cose certe restavano il posto del suo ritrovamento, e la grave entità delle ferite riportate, probabilmente dovute allo scoppio di una granata, molto vicina a lui, quale elemento più esposto del suo contingente, soldato di prima linea con tutta probabilità, i cui gradi erano saltati via nel fuoco della deflagrazione, arsi.
A quei ricordi la testa prese a dolergli in modo ancora più insopportabile, fitte continue, e gli sembrò per un attimo di rivedere attorno a sé le lucine dell’abete spoglio di fianco alla branda, le bende, la sofferenza, il sangue che avevano fatto da scenario al suo risveglio.
Avvinto, si asciugò le mani sporche di colla, la mimetica a fasciarli i muscoli, il caldo della stufa, le armi in bella vista. Natale lo era anche in quei posti di morte senza freno.
Gli era stata consigliata una lunga degenza, silenzio, riposo e calma, e per i camerati che gli avevano dato asilo nella loro caserma, così da permettergli di lasciare almeno le camere d’ospedale, lui stava allestendo un presepio; non ricordava molto, non ricordava tutto, né precisamente, ma una delle prime cose da sveglio, che gli aveva portato le lacrime agli occhi era stata l’immagine di un presepio su di un libro illustrato, da quel punto la decisione di farlo di cartapesta.
“Forse sei di Napoli!!” le aveva sorriso Dionea, nell’apprendere quel suo desiderio inaspettato, e nel vederlo tornare giorni addietro tenendo fra le braccia una grossa scatola contenente muschio e giornali vecchi, gli era corsa incontro entusiasta.
“Forse sono di Napoli?!” a quella domanda lui si era stretto nelle spalle.
“Si, perché il Presepio è una tradizione di origini partenopee!” le aveva spiegato ancora la ragazza.
Era stata quella giovane, ad avvicinarsi sin da subito al suo capezzale con dolcezza infinita per prestargli aiuto, offrirsi di sostituirgli le fasciature, essergli utile per adempiere ai gesti più semplici cui era impossibilitato.
Era stata sempre lei, la prima notte dopo il suo risveglio a restare al suo fianco a bagnargli la fronte e le labbra per lenire la febbre alta, ed a scegliere per lui il nome di Albert insieme al provvisorio cognome di Morres, lei che amava i romanzi d’avventura, i libri, le storie, sognare ad occhi aperti, aveva voluto per quel paziente senza memoria un nome impavido, forte, che le ricordasse i grandi eroi del suo adorato Marquez, scrittore colombiano, il Capitano Gabo come lo chiamava con confidenza, quasi lo conoscesse di persona, tanto gli era grata per le sue pagine meravigliose.
Dionea, dolce, fragile, coraggiosa al contempo, una cascata di capelli biondo cenere e un pancione enorme, di cui nessuno conosceva la provenienza, di cui nessuno le aveva mai chiesto nulla, né il nome, né il volto dell’uomo che le aveva messo in grembo quel frutto tenero da far germogliare, e di cui lei mai aveva dato spiegazioni, coprendo le voci che lo volevano figlio di una violenza di gruppo, feroce, ad opera di un manipolo di militari ubriachi, armati fino ai denti. Ma lei sorrideva e prestava soccorso a tutti.
Com’era bella, Dionea, creatura delicata e pura, pensò lui in quel momento, cominciando a scorgere i primi timidi fiocchi di neve scendere lievi sulla campagna addormentata, il viso di una pastorella l’avrebbe dipinto coi suoi lineamenti, in quel campo di agonia e sopraffazione, peccato e carne trita.
Sarebbe stato Natale così, anche là.
“E noi lo festeggeremo con la poesia. Conosce la poesia haiku, Albert?” l’aveva sorpreso un pomeriggio la giovane, portandogli il caffè, senza che lui si muovesse dall’enorme scenario di luci e colori, montagne di polistirolo e angeli che stava allestendo.
“La poesia haiku?” le prese di mano la tazzina, e lei senza farsi pregare gli confidò il suo segreto, parlandogli di quella poesia breve in stile orientale, di cinque, sette, cinque sillabe, che scriveva quando ne sentiva il bisogno, quando la volontà di comunicare diveniva forte in lei, la vita aveva il sopravvento e che un giorno sperava, cessata la guerra, di poter pubblicare in un’unica raccolta. Lasciando lui ad ascoltarla beato.
In quel momento ripensando al viso della giovane, ai suoi sorrisi, la sua freschezza, la gonna lunga, coperta dal grembiule, le vennero in mente le prima parole che gli aveva detto, misurandogli la temperatura mentre era disteso sulla branda nell’infermeria, “Abbiamo tutti le nostre macchine del tempo. alcune ci portano indietro e si chiamano ricordi. Alcune ci portano in avanti, e si chiamano Sogni”, lei amava leggere libri, e conservarne i passi scrivendoli in un vecchio quaderno, quella notte gli aveva dedicato quello, pregandolo di conservarlo per sé, come un dono.
In quello stesso istante l’uomo cercò nel materiale sparso alla rinfusa per la stanza, un foglio pulito, lo voltò, e con una matita spuntata vi scrisse sopra un haiku, lui non ricordava i libri, solo un titolo, che riaffiorava alla sua memoria di tanto in tanto, senza che lui potesse ricordarne bene gli eventi legati “Castelli di rabbia” di un certo Alessandro Baricco, un titolo che conteneva già in sé il mondo intero.
Carezzò il foglio e vi scrisse sopra un haiku, nella metrica che lei gli aveva insegnato Campane/L’ululare del giorno a finire/Un pettirosso Una poesia. Uno haiku per quel Natale. Sarebbe stato per lei il regalo più bello. Ne era certo.

“E un angelo di lassù chiuse i suoi occhi viola, accesi, su quel cielo sopra la guerra e sulla memoria persa di quell’uomo”.

Published in: on dicembre 12, 2014 at 3:20 pm  Lascia un commento  

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