Comandante Daniel Ramon!

Lettera 21. La strana intimità di quelle due rotaie. La certezza di non incontrarsi mai. L’ostinazione con cui continuano a corrersi di fianco. Castelli di Rabbia di Alessandro Baricco. Gli occhi di lui nel buio, disteso sulla branda a fissare il soffitto, si socchiusero leggermente nel ricordare quel passo, inevitabilmente le faceva venire in mente lei, i suoi capelli color del rame, lunghi, ribelli, la vita sottile, una sola gamba a fuoriuscire dalla gonna, la stampella sulla sinistra, l’unica scarpa logora, l’altra solo un moncone sotto la stoffa, la camicia bianca consunta, il nastro che le acconciava le ciocche.

Le sembrava di rivederla seduta sotto il porticato del paese a leggere un libro posato sulle ginocchia, là fra il frastuono dei soldati a passo di marcia, le urla dei civili, i carri armati a trasportare munizioni, seduta come in disparte, in un pezzo di mondo tutto suo, immerso nella pace e nella serenità. Il suo viso, le efelidi sul naso, gli occhi scuri, dopo aver trascorso la mattinata a distribuire cibo e bevande calde ai bambini, assegnato pane fresco appena sfornato, le mani piene di farina.
Si erano incontrati la prima volta durante uno dei suoi primi turni alla mensa in veste di comandante, e da allora avevano preso a salutarsi e fermarsi per due chiacchiere puntualmente ogni giorno, e ogniqualvolta lui doveva far ritorno in caserma con la sua jeep, non mancava di allungare la strada solo per vederla, rubarle un saluto, Cecilia, vent’anni e uno sguardo sgranato su una vita tutta da vivere, la guerra che le aveva rubato una gamba, senza riuscire a piegarne i sogni.
Dalle chiacchiere fra commilitoni aveva saputo che non era la mensa il suo unico lavoro, bensì che per mantenersi una camera, un letto e quattro mura prestasse servizio in una bettola e certamente molti erano i soldati che le facevano visita ogni sera. Lupo solitario, scostante, fredda agli occhi degli altri, appariva invece a lui come un pettirosso caldo di luce, coi suoi libri sottobraccio e tante storie per la testa, sbilenca con quella gruccia insicura. Fermarsi a parlare con lui le si leggeva sul viso, piaceva molto anche a lei, talvolta fra i piatti da smistare, i pentoloni, i rumori delle stoviglie e il vociare dei piccoli affamati la scorgeva alzare il viso in cerca dei suoi occhi con apprensione, finchè nell’incrociarsi dei loro sguardi sorrideva di vita.
Daniel ripensò allora al suo fucile, alla guerra, la carriera intrapresa in una città sventrata dalla battaglia, e pensò a quella ragazza come una rosa gialla, selvatica e profumata.
Il ticchettio della pioggia ad annunciare un temporale per quella notte, lo fece rigirare insonne fra le lenzuola, gli spari sopra quel cielo notturno, le mine ad allertare il popolo, far tremare le mura, la guerriglia a riprendere il proprio posto in strada sotto l’acqua battente, lo portarono di colpo a chiedersi dove fosse Cecilia in quel momento, mentre lui era al caldo in quella camerata, fra il sentore di coperte grezze e il suo Esercito attorno.
“Comandante Ramon!” l’aveva salutato la prima volta, e la sua voce era scesa come musica nel suo cuore, stretta in quel grembiule di troppe taglie maggiori, poggiata alla stampella in assesto malfermo, intenta a distribuire acqua ai disagiati in fila nella cucina assegnata loro dalle associazioni umanitarie di pace, sussiegosa nei suoi confronti nel carpirne i gradi, timida, impacciata, e quel sorriso lui non l’aveva più dimenticato.
Lei amava la poesia, i libri, gli haiku “Lei conosce gli haiku comandante?” gli aveva chiesto una sera terminato il suo turno, rimasti soli nel refettorio, dopo avergli versato del vino rosso a fine pasto, e prontamente gliene aveva messo uno sotto il naso, cacciandolo fuori dalla tasca, scritto su di un foglio di fortuna, mentre stringeva alle gonne un bimbo col moccolo al naso, orfano di una madre morta per mano della guerriglia, in disequilibrio su una gamba sola poggiata al tavolo, attenta a non cadere.
Un tuo bacio/Piume d’angelo/Controvento. Lei piena di sogni, illusioni, speranze “Avessi potuto avrei fondato un Giornale! Un Foglio Letterario per diffondere la poesia e la gioia! Ed allora tutti avrebbero avuto di che essere felici!” gli sorrise d’incanto, trovando in lui qualcuno disposto ad ascoltarla.
Daniel prendendo di sotto al cuscino lo haiku che le aveva rubato quella sera, ri-leggendo sorrise pensando a lei, immaginando quanto sarebbe stato dolce prenderla fra le braccia sollevandola, senza quella gruccia a far da intralcio e adagiarla accanto a lui su quel letto, e sorridendo a quel pensiero, si addormentò.

Mentre un angelo dagli occhi viola, due braci di dolore accesi, muto, segnava in cielo la via.

Published in: on dicembre 9, 2014 at 9:07 am  Lascia un commento  

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