Lezione in do minore

Oliver

Lettera 21. Lentamente con la camicia aperta sul petto, i pantaloni neri a fasciargli i fianchi, e i lunghi capelli scuri tenuti malamente stretti da un legaccio di cuoio, a piedi nudi Oliver si avvicinò al pianoforte, misurando la stanza con passi silenziosi. “Amore mio!”le sue dita presero a sfiorare adagio quei tasti, prima i neri, poi in sequenza quelli bianchi, senza produrre alcun suono. Muti. Come muti lo erano nell’assenza di lei.

Il suo piano, quello che lei aveva fatto vibrare di vita, sogni e speranze ogni giorno, fino all’ultimo, riempiendo la sua esistenza di uomo e di medico.
“E’ così caldo stanotte ed io sono qui a rimirare il cielo, coi suoi fuochi di luna a illuminare l’orizzonte, pensando a te. Questo cielo sopra la guerra!” il suo sospirò echeggiò per la stanza facendola rimbombare, e saltando sulla tastiera, sornione Verlaine, lo fece sobbalzare “Verlaine…” lo chiamò, sussurrando, per non svegliare i vicini addormentati, carezzando con delicatezza il capo cenerino del gatto, godendosi le sue fusa.
Gli occhi di Oliver si levarono allora oltre i vetri della finestra, dove la luna spiccava bagnando di chiarore intorno. Non aveva acceso le luci, sentiva il caldo della sera incollarsi addosso e d’istinto gli sembrò di udire la voce di lei ancora vivida all’orecchio “Così è fantastico! Così va bene! Così è perfetto!”, sempre alla ricerca della nota perfetta, immersa nelle sue lezioni, baciata da un dio, seduta a quel piano a suonare per il mondo intero. Il loro appartamento, un tavolo, quattro sedie appena, e il caos: gli spartiti di lei, le cartelle cliniche da esaminare per lui, matite spuntate, i “bugiardini” disseminati ovunque, un letto in ferro traballante e quel gatto, “Mi manchi…Felicia!” fece scivolare la mano, in quell’inferno di sangue e granate a tradimento.
Il suo pianoforte muto. Ricordò quei capelli color rame, lunghi, lucenti, il nastro azzurro con cui li teneva composti, il modo con cui sfogliava le partiture, con delicatezza reverenziale quando era serena, quasi a strapparli quando invece era nervosa, intrattabile. Senza di lei quelle mura di colpo buie e silenziose.
Ricordò il loro primo incontro, una mattina di pioggia, quella ragazza dagli stivaletti zuppi, gli spartiti sottobraccio, occhiali grossi sul naso, lui medico condotto di corsa col suo borsone in pelle scura; era bastato uno sguardo, semplici parole di cortesia “Serve un passaggio?” e non si erano lasciati mai più. Lei col suo sogno: musica e poesia. I suoi haiku, la poesia che adorava e per cui componeva ogni sera, dopo il lavoro, dopo aver insegnato pianoforte nelle case, chiuso ormai il Conservatorio sotto gli scoppi delle bombe. “Lezione in do minore” il pezzo per cui lavorava alacremente “In Giappone è così, pressoché ogni giornale ha una sezione riservata agli haiku! Ed io vorrei poter trasmettere questo!” e lui a leggerle avido, il mestiere di medico e quei versi. Il palmo di Oliver strusciò sul capo del gattino “Era quel tipo di donna che quando ce l’hai tra le braccia, sai che lei è lì, proprio tra le tue braccia e da nessun’altra parte. Non so se avete presente. Ma è una cosa rara.” un passo di Alessandro Baricco, a quel pensiero gli si riempirono gli occhi di lacrime. Le immagini di quella notte impresse in modo indelebile nella sua memoria, tornarono di colpo a devastargli il cuore senza risparmio: le lampade al neon dell’ambulatorio, l’ora di guardia, la sua fronte china sulle ennesime ferite da ripulire, lo scempio dei bambini innocenti fatti sacrificio per mano umana, e quell’ambulanza a cercare asilo a sirene spiegate, le sue mani che di vite ne avevano cucite a migliaia, inerti, sollevate dinanzi a quella barella, a spezzargli il fiato, la gonna di lei, il petto, la camicia, i capelli inzuppati di sangue. “La guerra finirà Oliver, tutto questo avrà un termine! Saremo di nuovo felici! Tutti! Ed io pubblicherò la mia “Lezione in do minore”! Si tornerà a suonare e le Università riapriranno per creare un futuro nuovo!” le aveva sussurrato all’orecchio la notte precedente, dopo l’amore, mentre la sua pancia prendeva a divenire sempre più grossa e tonda, la sua cicogna dalle calze rosse.
Quel sangue sotto i suoi occhi. Il viso di lei a trafiggere l’aria.

“Come te che mi hai dato
Il mio giorno più bello nel mondo
L’ho vissuto con te

Solo tu mi hai donato
Un sorriso che nasce anche quando un motivo non c’è
E da quando c’è stato sembra schiudere tutte le porte
Sembra schiuderle tutte le volte
Che sto con te”

Quella canzone a frantumarsi. I suoi haiku. “Ti amo, amore mio” solo nel deserto dei suoi pensieri senza più la sua compagna, senza più loro, e aprendo per caso il quaderno degli spartiti trovò appuntato un haiku a risaltare “Neve /La tua pelle a sfogliare/ le margherite” sentendola più vicina.

“Mentre di lontano, gli occhi viola di quell’angelo sopra la guerra, si chiusero in segno di lutto”.

Published in: on dicembre 4, 2014 at 5:32 pm  Lascia un commento  

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