White rose

Penelope

Lettera 21. Dietro i vetri dilavati dal temporale, lentamente gli occhi di Penelope abbracciarono l’intero Campo d’esercitazione, dove sembrava che il cielo dovesse rovesciarsi da un momento all’altro tanto era potente lo scroscio d’acqua a venir giù a secchiate ed energico lo sferzare del vento a spazzar via ogni cosa, solo una torre al neon ad illuminare a brevi tratti la bufera.


Le braccia conserte, i capelli corti a carezzarle la nuca, il basco ben calcato in testa, la mimetica a fustigare le sue forme, castigandole, dritta dietro la finestra, le palpebre di lei si serrarono all’ennesimo fulmine a illuminare di una macabra luce il terreno fangoso e la sua bocca accennò un sorriso, quanto tempo era trascorso da quando piccolina aveva avuto paura di temporali di quella portata, di quando ragazza aveva cercato rifugio fra le braccia di lui, a cingerla per proteggerla d’ogni male?.
La “White Rose Edizioni” le venne di colpo in mente, ancora una volta, una volta ancora, era stato questo il suo sogno, il progetto d’amore condiviso con lui da sempre, oltre la carne, il sangue, il sentirsi uniti. Insieme. Le sembrò di rivedere il viso di quand’era ragazzina, entusiasta, le efelidi attorno al naso, i capelli rossi lunghi, sparpagliati sul cuscino, mentre era intenta a disegnare i suoi versi nell’aria, sognando di poesia, Augusto al suo fianco, lì, col suo petto ampio segnato dalle cicatrici, le spalle forti, il sorriso bambino, lui, così attento nell’ascoltarla, una Casa Editrice Indipendente che stampasse di nuovo la poesia, in un mondo così avaro di purezza.
Il tintinnare della pioggia, il buio, la Caserma avvolta nel silenzio greve della mezzanotte, Penelope girò sui tacchi, muta.
“Non è facile alzarsi la mattina e mettere i piedi nel fango. Non è facile, dopo essere stati tutto il giorno fuori sotto il sole, ritornare alla base e fare un chilometro a piedi solo per lavarsi. Non è facile aprire il pc e vedere che tuo figlio piange nel guardarti in webcam perchè vorrebbe abbracciarti e non è affatto facile rifare tutto questo per mesi e mesi. Eppure ci sono ragazzi che mettono da parte se stessi e quello che amano di più, per l’amore del tricolore che portano sul braccio. Soldati”.
Racconti di guerra. Narrazioni.
Ripensò ai suoi sogni di ragazza, la gonna lunga, i capelli legati, i libri sottobraccio verso l’Università, i sorrisi, la voce di lui a carezzarla dopo l’amore in quel loro appartamento: quattro mura, un tavolo e due sedie di numero, ma Libri ovunque “Diverrai una grande scrittrice di haiku!”, incontrato un giorno fuori la sua facoltà per caso, non si erano più lasciati, ricordò i fogli sparpagliati fra le lenzuola, quei tre versi segnati in blu, il suo taccuino, lui a segnarne i più belli “Questo amore, è bellissimo!”
Poi le bombe, il dolore, la violenza, i pugni, e quel sogno a frantumarsi, la sua Casa Editrice l’aveva immaginata grande, un ufficio spazioso nel centro del paese, tante mensole, scaffalature, una targa in ottone fuori la porta, una macchina stampante posizionata in un cantuccio soleggiato, la sua scrivania nel mezzo, le immagini di copertina come da progetto da scegliere, fogli, tanti, l’aveva sempre immaginata così, coi manoscritti da smistare, i quadri alle pareti, le matite spuntate.
Poi quella blusa, il corpo di lui dilaniato sotto i suoi occhi dagli spari dei soldati nemici, era scoppiata la guerra e con essa lei capì che sapore avesse la morte, che forme possedesse la disperazione, il suo Augusto un fotografo freelance, il primo ad essere segnato sulla lista, i suoi scatti sovversivi a denunciare pura follia, il lasciapassare per chili di piombo a fermargli il respiro, lei solo una studentessa universitaria.
Eravamo nello stesso amore, in quel momento – non abbiamo fatto altro, per anni. La sua bellezza, i suoi pianti, la mia forza, i suoi passi, il mio pregare – eravamo nello stesso amore. La sua musica, i miei libri, i miei ritardi, i suoi pomeriggi da solo – eravamo nello stesso amore. L’aria in faccia, il freddo nelle mani, le sue dimenticanze, le mie certezze – eravamo nello stesso amore. Una frase di Baricco, che glielo ricordava.
Il capo di Penelope si piegò, la pioggia imperterrita continuava a ripulire il Campo, e lei si chiese se in quel momento stesse spurgando anche le strade dal fetore dei crani fracassati, delle membra tranciate dei civili, dei fumi di mitraglia, dinanzi ai suoi occhi nuovamente le immagini di quella notte, loro due, i loro sogni, il loro amore, i loro pensieri, le urla delle altre donne, il rumore della guerriglia armata, il braccio teso di Augusto a volerla trattenere, la fiumara di folla, i grembi sventrati, le mani dei soldati a tappare bocche e grida di dolore.
La sua raccolta, i suoi haiku.
E quel nome che non avrebbe mai più dimenticato, mai, “White Rose Edizioni”, lui le aveva sempre detto che somigliava a quel fiore, così in boccio, lei che le rose le amava e di quel colore le avrebbe appuntate sul vestito da sposa, prima di entrare nell’Esercito e giurare fedeltà all’arma, per salvare vite umane che non fossero più ritenute solo carne da macello in battaglia.
Lentamente la giovane rivolse lo sguardo verso l’ultimo haiku che aveva scritto pochi istanti prima, tratteggiandolo su quel foglio di fortuna trovato sulla scrivania colma di fascicoli di quella Camerata, che era divenuta la sua unica casa, Frinire di cicale/La luna in un secchio/Tuono d’estate mentre finito il temporale le fusa di Faber presero a riempire di nuovo le mura, gattino rimasto orfano, anch’egli adottato dalla guerra, e posando sul palmo della mano la sua poesia Penelope la soffiò oltre i vetri della finestra perché lui, di lontano potesse tenerla con sé per quella notte, “Ci sono notti che non accadono mai” ricordò le parole di quella poetessa.
Nulla più sarebbe stato lo stesso.

Mentre un angelo, sedeva sotto la pioggia, senza un lamento.

Published in: on dicembre 3, 2014 at 5:15 pm  Lascia un commento  

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