Nano

Lettera 21. “La cosa più stupida è che poi talvolta la mia anima trema e non dovrebbe, non dovrebbe rientrare fra i miei pensieri, essere nei miei canoni, in ciò che sono!” annotò lei ai margini del suo quaderno, distesa sul letto, i lunghi capelli rossi ben stretti in una fluente coda d’ordinanza, lo stesso rosso che con ogni probabilità aveva avuto in dono dalla nascita, se avesse potuto ricordarsene, che raccoglieva sotto il basco quando era di servizio, le braccia, nello scrivere a generare un sordo rumore metallico.

Bbulloni, viti, lamine dalla scienza più sofisticata a darle esattezza e rigore nei gesti, nei movimenti altrimenti sbilenchi, le gambe legamenti snodabili, metallo, rotule a molla, e dentro il petto a battere un sofisticato congegno dalle qualità eccezionali in grado di regolare l’insieme, in maniera infallibile, nano-tecnologia perfetta, una macchina dalla precisione infallibile.

Carmen l’uccello d’acciaio, poche, confuse certezze, solo ciò che era riuscita ad apprendere quel giorno svegliandosi nello stesso campo, fra camici bianchi chini su di lei e filo spinato intorno, quella voce di cui non avrebbe mai più rammentato il volto, a sussurrarle cupa all’orecchio “Ricorderai poco o niente della tua vita passata e in tutti i modi non ti servirà a nulla. Siamo in guerra, e tu, servirai la guerra!”. Poi quella tuta mimetica di parecchie taglie maggiori e le armi, tutto dentro, da tacere, da non raccontare, soffocare in gola, sotto quintali di ferro e chili di ruvida stoffa, uniforme a regola, inappuntabile. Il resto, sensazioni da dimenticare, impossibili a sfiorare la mente, così libere. Emozioni di carne e sangue. Sconvenienti da provare per alcuni, in tempi di guerra. Volutamente. Così era stato scelto, così per lei. Uccello dalle lunghe ali perfette, il volo ineccepibile, marchingegno bellico infallibile, concepito secondo le logiche della fine arte della guerra, incontrastata signora a disseminare orrore e morte. Arma letale. Becco fatale di giorno, vestigia di devastazione, roccia impenetrabile, col suo corpo imbattibile. Strumento da guerra dagli ingranaggi d’eccezione, corazza a far da seconda pelle, per tenervi ben custoditi all’interno ventre e seno. “Un uccello di fuoco della più moderna tecnologica, questo sarai! E questa dote porterai in dono per servire la guerra, dovendole riconoscenza!” le aveva insegnato quella voce, dopo averla raccolta agonizzante ai margini di un marciapiedi, ferita a morte, e portata in salvo, trasformandola in un congegno infallibile, dalla memoria umana totalmente cancellata “Carmen, sarà questo il tuo nome, Progetto Arcadia1!”. Uccello dal cuore di bulloni e viti, creatura sincronizzata a scendere nella polvere e affrontare senza indugi la battaglia, automa senza desideri, sogni, naturali inclinazioni, esigenze.

Sollevando la testa dal quaderno lei si voltò verso la rosa che era sul davanzale accanto alla sua branda, bocciolo candido, petali ad aprirsi come un cuore, il profumo. E le tornarono alla mente gli occhi di quell’uomo dalle mani sporche di terreno, lucenti come stelle, chino su quel fiore, i pantaloni larghi della mimetica, la canotta a delineargli il petto tracciato da cicatrici e sudore.
Il segreto del suo capitano, il capitano che guidava il suo battaglione, l’armata di cui lei faceva parte, l’uomo impassibile, dal pugno di ferro, il viso duro, i comandi secchi e inappuntabili. Era là che di nascosto dalla guerra, Paolo Meli coltivava le sue rose, lontano dal sangue, dalle macchine, dai mitra a ripetizione, le braccia tranciate di netto, i grembi violati a crudo “Questo è il mio segreto, il mio angolo di paradiso!” le aveva confessato, sorridendo col viso sporco di terriccio, bagnato di luna, e gli occhi scintillanti di un bambino “Il mio mondo!”.
A quella scoperta lei era rimasta basita. Il suo comandante. Era in quel posto che correva alla fine della giornata, dopo ogni ronda, o di ritorno dalla battaglia, era là che si spogliava della sua uniforme. Era stato lui a darle ordine di raggiungerlo in quel luogo, per portargli la documentazione adatta alla missione che avrebbe svolto l’indomani, e lei anziché trovarlo in branda come si aspettava, l’aveva scovato in quel fazzoletto di terra appena fuori città, poche tegole, un cascinale diroccato, buio.
E invitata a chinarsi sul bocciolo, prese a carezzarlo con le sue dita metalliche.
“I fiori nascono anche sul cemento. Non è meraviglioso?” le sfiorò lui il viso, tremante, era perfettamente a conoscenza della natura di quella sua soldatessa, da sempre. Lei annuì. “Sapevo di poterti rendere partecipe del mio mondo senza problemi, Arcadia1”.
“Domani abbiamo un’altra missione eppure stanotte il mio sogno si è avverato. Non ci speravo più, stavo coltivandola da tempo, ogni sera, ogni spazio libero, correvo qui dopo le manovre, e ore ed ore restavo a dargli il mio respiro. Lo volevo con tutta l’anima. Ed eccola. Il mio sogno si è avverato. Una rosa bianca è nata!”
Lei lo guardò negli occhi, e tirandosi di lato i capelli sulla spalla, sentì la rugiada confondersi col suo corpo computerizzato, quell’uomo somigliava ad una aquila dalle ali enormi, il canto potente, il collo morbido di piume, l’odore maschio. Aquila dagli artigli d’avorio e il cuore un volo di vento.
“Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in modo strano” la guardò lui, come non l’aveva mai guardata nessuno “Le rose sono la cosa più bella che ci sia rimasta su questa terra, fu Tennyson ad affermare che se potessimo comprendere un solo fiore sapremmo chi siamo e cos’è il mondo. Esiste un tipo di rosa, la Damascena che fiorisce in un luogo chiamato La Valle delle Rose, una regione della Bulgaria situata in un’area stretta fra le catene montuose parallele dei Balcani, i suoi petali sono dei colori del bianco e il suo odore particolarmente persistente, importata dal Medio Oriente. Non è meraviglioso tutto questo?”
Quella notte le sue braccia la strinsero, cingendola a sé, cicatrici, cuore pelle, portandola in alto, dandole tutto, prendendosi ogni respiro, giungendo e ripartendo per il cielo all’unisono ogni volta. Mai sazi, mai ebbri, le insegnò a fare l’amore così, entrando dolcemente fra le maglie dei sui fili metallici, affondando nella sua parte ancora umana, viva, amando la carne e il ferro, ciò che non era visibile agli occhi, ma si sentiva solo con l’anima, facendole provare cose mai immaginate.
“Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in modo strano” le aveva sorriso lui, disteso al suo fianco, raggiante, e gli occhi di lei si abbassarono, coprendosi il seno, conosceva Baricco, quello scrittore, l’amava quanto lui, e la sua frase non le era mai sembrata più adatta come in quel momento, L’amore_ la guerra / A piedi scalzi sul tuo petto/ La meraviglia recitò sottovoce un suo haiku.
“Anche tu hai un sogno: la poesia! Lo haiku, che bello, dovresti pubblicarli, la poesia non deve finire, qui nessuno più scrive o si accolla l’onore di stampare ancora libri, potresti farlo tu, un posto per l’anima, non fermare i sogni, non delimitarli in uno spazio recintato, sarebbe stupendo, i tuoi haiku in una sola raccolta, ‘angelisenzamemoria’, leggo già il titolo! Guarda in cielo gli uccelli, loro volano ancora, allodole, usignoli, pettirossi, cinciallegre, guardali a librarsi in questo cielo sopra la guerra, quanto puntano in alto, comunque, ancora, oltre il rombare dell’artiglieria, il fumo delle carni arse vive, le urla di dolore e angoscia, angeli in terra senza memoria, scesi fra noi!” La baciò sulla bocca, sul collo, contro il metallo, il suo corpo che non sapeva cosa rispondere, artificiale.

Lenta a quei ricordi Carmen abbassò il capo. Lui l’aveva portata per mano nel suo mondo, l’aveva condiviso con lei, ricordò nitidamente la sua espressione, nel rivestirsi dopo l’amore “Devo andare, Carmen! Ma tornerò presto!” non per nulla simile alla voce, che aveva udito quel giorno a ri-portarla in vita, una voce diversa, che stava “donandole” la vita, non più Arcadia Progetto1.
Poche ore dopo, durante l’addestramento, in quella stessa afosa giornata di luglio, il monito era stato uno soltanto “Hanno colpito la base, il capitano è morto!” udì la tromba nel campo portare tutti in adunata.

Il vento proveniente dalla finestra aperta, frusciò fra le pagine della raccolta che lei aveva spillato, facendola cantare, trentadue fogli insieme, che con attenzione e cura maniacali aveva messo in ordine, e che teneva sul davanzale accanto ad una rosa bianca posta in uno splendido vaso capiente, salvata dai bombardamenti “Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in modo strano” ricordò, sola in quel letto vuoto del suo cuore, il comandante insieme alle rose amava molto leggere.
Quella raccolta.
Si chinò sul suo quaderno “La mia anima trema ancora e non dovrebbe, non dovrei pensare a quell’episodio, neppure ricordarlo. Non dovrei!” avrebbe dovuto dimenticare quell’aquila e ciò che era successo sotto quelle lenzuola, il suo cuore di bulloni e viti non era stato programmato per i ricordi e per girare a velocità così incommensurabili, toccando fondali così immensi, profondità inenarrabili, eppure ricordava, e scendendo dal letto chiuse le finestre, carezzando quei petali con le labbra “La rosa di Paolo”

“E un angelo di lontano serrò i suoi occhi, due braci viola di dolore acceso, chiudendosi nelle sue morbide piume a coprirgli il petto”

rosa di Paolo”

“E un angelo di lontano serrò i suoi occhi, due braci viola di dolore acceso, chiudendosi nelle sue morbide piume a coprirgli il petto”

Published in: on dicembre 1, 2014 at 4:19 pm  Lascia un commento  

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