Fai di me poesia

Ludovico

Lettera 21. Gli occhi della donna si abbassarono sul proprio camice, sospirando profondamente, lento il suo sguardo si levò adagio oltre i vetri della finestra, perdendosi nella pioggia battente che stava dilavando le strade dalla polvere, muta, circondata dal silenzio ovattato del suo ambulatorio, caldo, avvolgente, poco distante dal campo d’esercitazioni.

Lo stetoscopio, il tavolo, le sue braccia conserte in quella pausa di riposo, quelle brevi fughe dal vivere quotidiano, durante le quali i feriti sembravano non dover giungere più così copiosi, bisognosi di lei; i lunghi capelli tenuti stretti dalle forcine sulla sommità del capo, le bende, le garze sterili, il cotone idrofilo, di colpo il viso di quel ragazzo seduto al pianoforte nel bel mezzo della sala le tornò in mente prepotente, le sue dita a volare sui tasti, le nocche, i polsi, la mimetica addosso a fasciargli i muscoli, i pettorali ampi, quel cuore a battere dentro una cassa toracica troppo ampia, le sue note, lui a suonare in quel locale la sua musica incessante, facendo ridere e ballare soldati oppressi dalla guerra, donne dalle vesti logore, bambini, elargendo attimi di gioia incontenibile, sincera, sana, pulita. Ludovico. Lei l’aveva riconosciuto subito, ricordando la sua espressione di dolore perfettamente, la smorfia che poche ore prima l’aveva ferita durante il prelievo trimestrale. L’aveva conosciuto proprio quella mattina presso il suo laboratorio, e nel rivederlo in quella locanda, dove si era rintanata per una cena frugale, approfittando dei brevissimi “cessate il fuoco” che lasciavano spazio alla vita, entrando, aveva sentito lo stomaco contrarsi. I suoi occhi, bellissimi, due braci di passione accesi, pura vita, eccessivi, e d’improvviso l’immagine di quella siringa ad apparirle nitida: insulina. Il braccio che il ragazzo le aveva teso perché lei potesse attaccarci il laccio emostatico, infilarci l’ago, la vena ad ingrossarsi, emoglobina glicata, il suo sangue, “Il diabete è una malattia ematica, questo lo so!” la sua voce a canzonare, chissà quante volte aveva dovuto forzatamente mostrare allegria durante le sue visite mediche, fra le impegnative sanitarie, quel glucometro, a centellinare i grammi di zucchero contenuti nel suo corpo, le dita, i polpastrelli martoriati, le sue misurazioni: quel centoventi da raggiungere. Nell’infilare l’ago per il prelievo lei l’aveva sentito sobbalzare appena, il riflesso delle gambe, lui, un giovane volontario in quel campo di battaglia per prestare il suo servizio, portare soccorso, come tutti coloro i quali hanno fiducia e amore per la pace, lui, forse ad occhio e croce diciassette anni, “Diciotto suonati!” aveva tenuto a precisare, firmando il consenso alle analisi, quel ciuffo ribelle, i capelli, la sua bocca incedente, ribelle, una luna scarlatta. Gli era entrato dentro, senza chiedere, come una tempesta, un uragano, e lei, insigne dottore dalla laurea con lode, dinanzi a lui si era sentita una nullità, incapace di guarirlo, abilitata solo a crivellargli le vene, per “compensare” possibili squilibri, “correggere” improvvisate incrinature, “Il diabete è una malattia incurabile lo so. Devo solo cercare il modo di gestirlo al meglio! Questi controlli servono, anche qui, anche in guerra!” la forza di quel ragazzo, il suo coraggio, Ludovico, le aveva rivelato il suo nome, lui che a dieci anni sognava il futuro e si era ritrovato a contare carboidrati, il sogno di un pallone, le corse, il sudore. Poi la guerra, i desideri, le urgenze. Gli occhi di lei incontrarono quelli di lui senza parole. Lentamente Gala scosse la testa scacciando quell’immagine, e strusciando contro i vetri della finestra un dito, sorrise di un riso amaro, ricordando una delle lezioni più importanti ricevute all’Università durante i suoi anni a medicina, lei laureata col massimo dei voti, medico brillante, le parole che il suo maestro le aveva rivolto durante gli anni di tirocinio, il famoso Dottor Malaspina “Gala prima di diventar medico, prima di operare sui tuoi pazienti, ricorda sempre questa storia, non dimenticarla mai, non ha un titolo ma io l’ho titolata “Una delle più belle lezioni di Vita! Dunque, ascolta!” . “Un medico è entrato in ospedale subito dopo essere stato chiamato urgentemente alla chirurgia d’urgenza. Ha risposto alla chiamata non appena possibile, si è messo il camice ed è andato direttamente al blocco chirurgico. Davanti alla sala operatoria trova il padre del bambino che gli grida: “Perché è venuto così tardi, perché tutto questo tempo, non sa che la vita di mio figlio è in pericolo, non hai il senso di responsabilità?” Il dottore sorride e dice: “Mi dispiace, non ero in ospedale e sono arrivato velocemente per come ho potuto, dopo aver ricevuto la chiamata… Ed ora, vorrei che si calmasse in modo che io possa fare il mio lavoro!” “Devo stare calmo? Cosa succederebbe se suo figlio si trovasse in questo momento nei panni del mio bambino, starebbe tranquillo?” – Dice il padre arrabbiato. Il dottore sorride e risponde: “Le voglio dire quello che ha detto Giobbe nella Bibbia: “Dalla polvere siamo venuti e in polvere ritorneremo, sia benedetto il nome di Dio! Noi medici non possiamo fare sempre miracoli! Stia tranquillo, comunque faremo tutto il possibile per suo figlio!” “Dare consigli quando non siamo in questione è così facile!” – mormora il padre. L’intervento dura qualche ora, alla fine esce dalla sala operatoria felice e dice al padre: “Grazie a Dio suo figlio è salvo!” e senza attendere la risposta del padre guarda l’orologio e va via di fretta mentre dice: “Se vuole sapere altro chieda all’infermiera!”. “Perché così arrogante? Non poteva aspettare qualche minuto e dirmi di più sullo stato di mio figlio? dice il padre all’infermiera. Infermiera con le lacrime al viso gli risponde: “Il figlio del dottore è morto ieri in un incidente stradale, e il medico era al funerale quando l’abbiamo chiamato per l’urgenza e ora che il suo bambino è fuori pericolo e sta bene, lui è corso a vedere la sepoltura di suo figlio!” La mente della donna ripercorse il viso del ragazzo, il suo torso nudo disegnato sotto la maglietta, le spalle larghe, i fianchi stretti, quel sorriso, l’ago rosso del suo sangue, il siero a pesare, quel riso bambino, la voglia di vivere, eccessiva, potente, le sue mani, quella voce nel salutarla tirando fuori dallo zaino la cartuccia d’insulina rapida pre-riempita, affamato della sua colazione, lasciando l’ambulatorio, facendo cenno alle analisi “Dottoressa, mi raccomando fai di me poesia!”, il saluto aperto, a rivolgersi con il tu diretto, in prima persona, senza remore, pettirosso dalle ali di neve, lupo selvaggio, usignolo canterino, passero d’inverno a raccontarsi, pronto a sostituire quel pancreas che più non funzionava con insulina elaborata su dna umano, attento al loco dove pungere: esterno braccia, esterno cosce, pancia, all’occorrenza e con un po’ d’aiuto i glutei, rapida ai pasti, lenta che scendesse a pioggia nei muscoli di notte, addormentato. Un libro di Baricco sottobraccio”Novecento” e la sua mano a sollevarsi, disarmante “Signora, Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare”. A correre fuori, un nuovo giorno in cui doversi dare da fare per caricare barelle all’occorrenza, rifornire di viveri i bisognosi, spartire pane nelle mense, pulire il naso dei bambini, scortare sedie a rotelle, stringere mani impaurite. E lentamente con grafia leggera, la donna appuntò sul suo blocchetto-visite uno haiku, ne scriveva sempre quando il mestiere di vivere diveniva per lei un inferno troppo pesante da sopportare. Cielo/ nei tuoi giorni di pioggia/ fai di me poesia. Oltre la guerra, la morte, il fetore dei corpi in putrefazione, le granate, le urla e le lacrime.

Oltre quell’angelo di lassù a spiarli, coi suoi grandi occhi viola, di luce accesi.

nei tuoi giorni di pioggia/ fai di me poesia. Oltre la guerra, la morte, il fetore dei corpi in putrefazione, le granate, le urla e le lacrime.

Oltre quell’angelo di lassù a spiarli, coi suoi grandi occhi viola, di luce accesi.

Published in: on novembre 27, 2014 at 3:39 pm  Lascia un commento  

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