Cristina

Lettera 21. Dolcemente, lievi, impalpabili, con delicatezza infinita le dita di Cristina spostarono i lunghi capelli della bambina dietro l’orecchio, sorridendole nello scendere carezzevole dei polpastrelli sulle rosee guancie “Francesca adesso è ora di dormire, da brava!” spostò la mano sulla fronte della piccina, “dormire” che gran parolona, pensò fra se e sé la donna, tacendo. Conosceva bene la vivacità della sua figlioletta, la sua carica di energia, era così piena di vita, eccessiva, una tale monella, che farla star ferma era un’impresa impossibile durante il giorno, figurarsi poi se di notte non era l’ultima a chiudere gli occhi.

In quella camera in affitto, modesta, priva di fronzoli: una tavola, due sedie spagliate ed un letto, dove vivevano da sole, madre e figlia, solo in quei momenti la quiete scendeva serena trasformandosi in gioia pura, e quelle squallide mura si trasformavano d’incanto in un castello spettacolare per entrambe.Il giorno non permetteva requie, i fucili maneggiati dai soldati per le strade in maniera del tutto gratuita, rappresentavano per Cristina un tale stato di panico, da farla tremare di sudore gelido ogniqualvolta ne sentiva l’eco, seppur questo provenisse in lontananza e sapesse al riparo la piccola, angelo in mezzo agli angeli, fra le pareti della scuola che li accoglieva tutti ormai un unico edificio, nel loro paese devastato alle radici. Non poteva permettersi di non lavorare tutto il giorno, ma non riuscire a tenere perennemente la sua Francesca sotto la propria vista la faceva star male, solo di notte, accanto a lei, stringendola fra le braccia si sentiva sicura “Un’altra ancora, una sola!..l’ultima, ti prego!” chiese la bimba tirando la blusa della donna sul seno, avvicinandola al suo viso, distesa sul letto al suo fianco, guardandola negli occhi, sapeva come fare le sue richieste, non le si poteva dire di no, e lei in quegli occhi si perdeva. Carezzando attenta quei boccoli biondi, spandendoli sul cuscino in cerca dei nodi, le sorrise sospirando “L’ultima …poi si dorme!”.
La bambina a quella vittoria alzò i pugni, stringendosi di riflesso al suo corpo per ascoltarla meglio, sentirla riportare quelle poesie che tanto amava, ascoltandole cullata dai battiti del suo petto, come piaceva a lei, rappresentava un momento di felicità perfetta, irrinunciabile. La loro camera di notte diveniva una cupola stellata d’amore, fuori non esistevano più guerre, dolori, morte. Non si respirava più l’odore acre di polveri bruciate, non s’udivano urla d’implorazione, non si vedevano riversi al suolo occhi dalle orbite vuote, lembi di pelle, sparute braccia tranciate di netto da corpi ancora caldi.
Fischia il treno /Fra rami di luna/ un pettirosso recitò di un fiato il primo haiku che le era passato per la mente, contando le sillabe, sorridendo, sapeva che lei riusciva a conteggiarle in modo altrettanto veloce, allo stesso ritmo, aveva imparato a far di conto sulle dita proprio in quel modo, “giocando agli haiku”, quella poesia in stile orientale: cinque, sette, cinque sillabe in stile classico, un po’ di più quelle all’occidentale. Era stato facile insegnarle, aveva appreso subito. Dante aveva di certo avuto accanto una bambina come la sua, quando aveva così candidamente affermato che ci sono rimaste tre cose del Paradiso: le stelle, i bambini ed i fiori, pensò disegnando il nasino della piccola con un dito.
“Quel pettirosso è molto bello, vero mamma?” le chiese di rincalzo “Si, è bellissimo Francesca…ha le ali di neve, il becco lucente, due occhi viola scuri, cangianti come quelli degli angeli!” le rispose “E ama il treno perché a lui piace viaggiare?”, “Si viaggia, amore mio, certo che viaggia!”, “Che bello deve essere viaggiare, voglio viaggiare anche io molto da grande, quando la guerra sarà finita, e diventare una poetessa di haiku brava come te!” rise di gusto.
La Pace. La guerra non l’amava la poesia, e Cristina sapeva bene con quanta fatica doveva tener via demoni dalle sue gonne e dal suo seno, per tenere stretta lei, piccolo bocciolo.
“Anche io troverò un pettirosso, mamma?”,“Certo!”,“E sarà così bello?”, “Ancora di più!” l’attirò a sé, gazza dal volo di vento a proteggere i suoi piccoli, merla dalla luna blu.
Sapeva quanto fango veniva gettato ogni giorno su quei fogli che nascondeva alla vista dei guerriglieri, dei loro stivali di gomma inzaccherati di terra, di cervella umane, di sangue, le loro bestemmie, il fucile di ferro al braccio. Quegli haiku li tesseva solo di notte lontano dalla violenza, dalle unghie sporche a cercare nelle trame della sua pelle, quando l’investivano piegata sul pavimento, immersa nel suo lavoro, l’attività quotidiana che svolgeva per procurarsi onestamente il pane e crescere la sua principessa. I suoi haiku, la sua poesia, che sognava un giorno di pubblicare in una Raccolta unica, quando di nuovo parole e sentimenti avrebbero avuto un senso ed una voce. La sua Raccolta. Quella il cui titolo aveva deciso con lui poco dopo aver scoperto di essere incinta, una sera, conversando in piedi in cucina “Il cielo sopra la guerra” aveva aperto larghe le braccia il giovane “Non sarebbe male!” buttò, assaporando già il sogno. Libero, inarrivabile, invincibile.
“E il mio papà era bello quanto lui?” continuò curiosa “Era una rondine libera, un usignolo bellissimo!” la baciò lei. Il volto di Cristina come sempre nel raccontare dell’uomo che le aveva messo in grembo quel fiore, prese di colpo a dipingersi di una dolcezza sconfinata, lui il cui petto aveva visto inerme, trivellato dai proiettili una notte di novembre in piazza, mentre la loro bambina in auto dormiva ignara. Rocco il suo compagno, unico amore, lui, camicia aperta, fianchi stretti e quegli occhiali dalla montatura grossa sul naso, lui solo, che l’aveva fatta innamorare, ali immense a volare, fotografo di professione, per passione, artigiano di sogni, le cui foto di denuncia avevano fatto il giro del mondo, testimoniando la malvagità e l’infamia, pronti quei bianco e nero, fermo-immagini del tempo, scatti di vita, istantanee a urlare l’indecenza e scrivere la parola pace, assieme alla ribelle libertà. Lui che fino all’alba non si fermava mai dallo stampare, a capofitto, rumore dei tasti al computer, “sovversivo”, libero di parola e pensiero, cielo sopra la guerra, “I rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli” le aveva insegnato, senza rinnegare nulla del linguaggio degli uomini, bellissimo gabbiano.
Mentre ascoltava di lui, come di consueto, gli occhi di Francesca presero lentamente a chiudersi, nonostante lo sforzo di lei a tenerli aperti, si sarebbe addormentata di lì a poco, la donna conosceva bene quei piccoli intervalli, quel cedere al sonno, l’aveva messa al mondo lei, con grida inumane, e ne conosceva ogni tratto di pelle, ogni minima espressione, ogni centimetro. “E’ vero come diceva papà che quel portiere ad ogni rigore parato riusciva a trovare un quadrifoglio nei pressi della sua porta?….”, “Si, Francesca certo che è vero! Lev Jašin vuoi dire…” Sapeva che come ogni volta succedeva, stava addormentandosi fra le braccia del suo papà, lontano dal sangue, dalla guerra, dalla violenza, dal dolore.
L’amava quella bambina, l’amava profondamente. Li amava entrambi. Forte.

“E quell’angelo nascose il viso fra le mani, stringendo i suoi begli occhi viola di dolore accesi, serrando le labbra, chiuso nelle sue piume blu a coprirlo”

Published in: on novembre 26, 2014 at 4:22 pm  Lascia un commento  

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