Odi et Amo

Lettera 21. Poggiata con la schiena contro quel palo, legno di fortuna, dove potersi sistemare per riprendere fiato, lentamente il capo di Alice si abbassò privo di forza, il respiro sembrava uscirle da ogni dove in quel momento, come un colabrodo lo sentiva attraversare tutti i fori aperti del suo corpo. Seduta fra quella polvere, percepiva fluire il sangue fuori dal suo ventre come succo caldo, più premeva le mani a tamponare quei buchi, maggiormente avvertiva quella linfa vitale abbandonare le sue membra come fiume in piena. Dolore, solo quello era ciò che provava distintamente in quell’istante, un forte, sconfinato dolore, il sangue le colava via come una falla, e lei non riusciva ad arrestarlo.

Aveva corso tutto il tempo per fuggire a quei colpi di mitraglia ben assestati, ma tanto spreco di energie era valso a salvarle la vita, o era stato buono solo ad aumentare l’agonia prima di perderla definitivamente? una pioggia di ferro le aveva letteralmente trapanato la pancia, guerriglieri dal volto coperto, l’avevano assalita in una via deserta della città, lei, intenta semplicemente a leggere un libro su di una panca sgangherata, era divenuta per la loro ferocia bersaglio mobile. Stava perdendo troppo sangue, e cominciava a sentire le ginocchia molli, di colpo il fiato tiepido di un essere vivente al suo fianco la fece trasalire, e aprendo gli occhi Alice scoprì due iridi color dell’ambra puntarla in viso. Un lupo, ce ne erano molti in quei giorni liberi per il paese, probabilmente scesi dalla montagna in cerca di cibo, anime in pena a trovare ancor prima la morte, fra i calci di beffa sferrati dei soldati per gioco. Lenta la giovane sollevò la mano, sapeva per certo che lui non le avrebbe fatto alcun male, l’altra mano premuta sull’addome, “Enea…” lo chiamò d’istinto dandogli un nome. Il lupo al suono della sua voce reclinò di sbieco il capo, quasi in segno di saluto. “Forse è l’odore del sangue che sente, ad averlo attirato…” pensò lei “Avrà fame poverino…” e strinse ancora di più la mano sulla ferita dischiusa. Il cibo, chissà se nella sua gola sarebbe più entrato qualcosa, per finire poi dove? qualcuno in quel carnaio di cadaveri e teste mozzate a cielo aperto, l’avrebbe mai scorta sofferente rincantucciata in quel posto, per chiamare un medico in grado di ricucirla?. Il volto di Fabrizio le venne allora dinnanzi in tutta la sua prepotenza e lei sorrise, incurante del dolore. Fabrizio, il suo Fabrizio, proprio lui che amava soltanto la cucina ed il suo unico sogno era divenire un cuoco fra i più stellati. Il sapore dei suoi biscotti fragranti l’invase il palato, la scioglievolezza delle sue cioccolate, i tegami perennemente sporchi, il profumo di zucchero e cannella che aleggiava nella sua cucina, quattro mura piene di tegami in rame alle pareti, una cucina grossa, quasi marziale, come piaceva a lui, in stile tedesco; rimasto orfano molto presto era stato grazie alle sue doti culinarie se era riuscito a farsi strada a gomitate e vivere dignitosamente, ricevendo per la sua Arte finanche numerosi elogi. Le sue ricette, spaghetti pomodori e basilico, avvolti con uova e prosciutto, salse squisite, rollè di vitello arrosto aromatizzate, tortellini in brodo, pollo in crosta, contorni di verdure fresche a fantasia; solo e senza famiglia aveva imparato dapprima a fare il pane con le sue mani per se stesso, per non morire di fame, poi a condividerlo con gli altri facendolo divenire vita e lavoro. “Devo andare…cucinerò per l’esercito probabilmente!” le aveva detto quel giorno, sventolando sotto i suoi occhi la cartolina scura di chiamata alle armi, che più di un giovane stava ricevendo per servire la propria patria in quel periodo e riportare la pace. E lei aveva cominciato nel silenzio l’attesa. Chiedendosi solo in quel mentre, seduta nella pozza del suo stesso sangue, sotto quella luna a inondarle di luce le guancie, se lui non avesse abbandonato mestoli e coltelli per imbracciare un fucile, assecondando la volontà dei soldati più alti nella sua gerarchia. Era stato lui a farla divenire donna, nella foga dei loro vent’anni, conosciutisi sui banchi di scuola, avevano consumato l’amore come un fiore in boccio, attraverso la pelle l’uno dell’altra. Fabrizio coi suoi sorrisi, le sue passioni, le mani impastate, il grembiule troppo grande, capelli a zazzera, labbra di melograno. Alice guardò le sue gambe imbrattate di sangue, i piedi nelle scarpe logore, la gonna sporca, scucita agli orli e poggiò la fronte contro quella ispida del lupo accanto a lei. “Ti amo/ Gronda sulla mia bocca/ il tuo nome” il suo haiku preferito, il sogno che avevano condiviso insieme sin da bambini, lui sarebbe divenuto un grande cuoco e lei una stimata scrittrice di successo. “Fonderai una Casa Editrice Indipendente appena questa dannata guerra sarà cessata, e la gente riprenderà a leggere, vedrai!” le aveva detto lui, che vedeva sempre le cose sempre in grande, allargando le braccia “Ed io cucinerò a tutte le tue serate di gala!” Fabrizio quel lupacchiotto smarrito, occhi scuri, gabbiano dalle lunghe ali, passero canterino. In quell’istante una fitta la fece inclinare e i suoi occhi si riempirono di lacrime, in quel ventre non sarebbe più entrato nulla, Enea le leccò il viso e lei chiuse gli occhi “Sapeva ascoltare, e sapeva leggere. Non i Libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso” Novecento di Alessandro Baricco. Il loro Libro. L’amavano in due. Fabrizio era tutto in quella frase, era sempre stato così, capace di leggere le persone, e in quel mentre lei ricordò quel passo sentendolo vicino, vicino il suo amore. Una folata di vento caldo, si levò facendole provare, se era possibile, ancora più dolore percorrendo le sue carni, e a lei parve di vedere in quel momento il viso di Fabrizio chinarsi sul suo corpo martoriato, tendendole la mano per aiutarla a risollevarsi, e pensò all’assurdità della guerra e di quel fragore di bombe in lontananza “Odi et amo” l’inizio del carme Ottantacinque di Catullo, Odio e Amo, Odio e Amore, in quel momento non aveva lo stesso, preciso senso, che il filosofo gli aveva dato all’origine, ma Alice lo sentì suo “E’ questa la Guerra! Illogica sventura del genere umano a farlo piegare, Odio sopra l’Amore!” si curvò in due all’ennesimo fiotto copioso. Odio una parola che lei non usava mai, nemmeno nei suoi scritti, mai nei suoi haiku, Amore diveniva in quel momento, per una ragione insensata parola semplice, su cui poter sputare a gran voce. E levando gli occhi, con la fronte madida di sudore la giovane cercò nel volto della luna lo specchio del viso del suo amato “Amore…sei qui Fabrizio!” chinando, vinta, il capo sopra il muso umido di Enea a bagnare quel suo ultimo sospiro.

“Mentre di lontano, gli occhi viola di quell’angelo sopra la guerra, si chiusero in segno di lutto”

Published in: on novembre 25, 2014 at 2:54 pm  Lascia un commento  

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