Beatrice

 

Lettera 21. “Le stagioni stanno cambiando, la Terra attorno sta divenendo sempre più arida ed artificiale. Eppure questo cielo sopra di noi resta ancora capace di stupirci, sorprenderci. Meraviglioso come all’origine. Intatto. Le lucciole, bellissime, sono ancora tutte qui, brillanti, accese a far luce. Una luce forte!”

Seduta su di una vecchia panchina arrugginita, Beatrice stava godendosi lo spettacolo della natura a confondersi col suo corpo d’acciaio.

Foglie, lucciole, erba ad odorare di fresco, di rugiada e le sue braccia a stirarsi, sgranchirsi in un sordo rumore metallico: bulloni, viti, all’unisono con le gambe ad allungarsi: legamenti snodabili, rotule a molla, dentro il petto a batterle un sofisticato congegno automatico dalle qualità eccezionali in grado di regolare tutto l’insieme, infallibile. Chiusa nella sua uniforme d’ordinanza, anfibi ai piedi, il basco ben calcato in testa a coprirle i corti capelli rossi sulla nuca, unico vezzo ancora umano, femminile, un quaderno sulle gambe, era in quei momenti di pausa che ammucchiava pensieri, talvolta poesie, scritti. Uccello di ronda a quell’ora notturna, ri-elaborato attentamente al computer secondo i sistemi più all’avanguardia, completamente accessoriato.

“Ecco, la cosa più stupida è che poi di sera, il mio animo trema e non vorrei, non è nelle mie corde, in quello che penso, che sento di essere. Cazzo. E grazie al cielo ci sei tu, su cui scrivere, sputando sulla carta l’inchiostro che ho nel cuore, l’unico luogo dove forse è scritta per intero la mia storia, quella che non ricordo, o che forse NON posso ricordare”

“Gli Esseri Umani rappresentano una risorsa inesauribile per la guerra, se non ancora completamente morti, e in condizioni accettabili!” le aveva sussurrato all’orecchio una voce in tono cupo, quando risvegliatasi in un campo contornato di filo spinato e uomini dal camice bianco chini su di lei, si era portata le mani al petto, percependo al suo interno muoversi degli ingranaggi automatici simili ad un orologio a girare a scatti “Ma dove sono?…e chi?” estranea a se stessa. “Ricorderai poco o niente della tua vita passata e in tutti i modi non ti servirà a nulla. Siamo in guerra, e tu, servirai la guerra!” era stata chiusa in una mimetica di parecchie taglie maggiori e iniziata alle armi. Vuota della sua esistenza, trovata agonizzante e raccolta ai margini di un marciapiede, vittima di numerosi colpi d’arma da fuoco, e trasformata in Beatrice, Progetto1, uccello dal cuore di ferro e le ali d’acciaio, un meccanismo perfetto.

“Sbocciavan le viole…” si sollevò dalla panchina, era in servizio, le pause che rubava per scrivere non potevano mai essere troppo lunghe, e ricordando di colpo quel verso, ripensò alla voce del giovane che pochi giorni prima, nello stesso punto del parco le era comparso dinanzi, veloce sulla sua bicicletta a tagliarle la strada e farle portare di riflesso la mano alla fondina piena.

“Non mi spari per favore, stavo solo cantando una canzone!” puntò in alto le braccia il ragazzo spaventato, ma conscio di aver commesso un’infrazione, inchiodando al suolo le gomme della bici, correre di notte in quei luoghi non era solo un rischio, ma un reato. Capelli neri a finirgli negli occhi, camicia bianca, pullover sulle spalle e una chitarra chiusa in una custodia in cerata incastrata sul davanti della bici, quasi come un secondo viaggiatore “Sbocciavan le viole, con le nostre parole “Non ci lasceremo mai, mai e poi mai” vorrei dirti ora le stessecose…Fabrizio De Andrè, questa canzone, sua, è semplicemente stupenda, la suoneremo allo spettacolo di domani, e mi era rimasta in testa!” fece cenno alla chitarra “Quando suono è al cuore che penso, quando pizzico le sue corde, quando la sua cassa mi restituisce il battito è a quello che penso, il nostro petto, dentro vi è racchiuso lo strumento primordiale, il suo ritmo, lo sente? tum, tum, tum è la nostra stessa vita! La prima musica che ascoltiamo!”

Senza rispondere a quel fiume in piena di parole, con un solo gesto della mano, Beatrice lo assolse, facendogli cenno di ripartire, dura, caustica, schiena dritta, viso impassibile, il braccio dritto come a colpire.

“Questa che ho con me è la mia Rebecca, è con lei che sono stato fino ad ora, e mi erano rimaste in testa le ultime strofe di Faber, anche lei lo adora, e quando attraverso le nostre note discorriamo di lui, risuona di una melodia così aulica…dovrebbe sentirla, si veste a festa. Lo ama, lo sento chiaro, ed il suo cuore rimbomba con il mio, in sincrono!”

A quelle parole Beatrice scosse la testa, uccello inarrestabile programmata alla battaglia “Servirai la guerra e il tuo nome sarà Beatrice, perché somigli ad un airone e tale dote, porterai in dono alla tua terra ed al tuo cielo, Progetto1” le era stato detto.

Lo sguardo del giovane si abbassò sul quaderno che lei aveva con sé anche in quel momento, e che teneva stretto in pugno, il primo gesto spontaneo che aveva compiuto al sovvenire del rumore fulmineo delle ruote di quella bicicletta a spuntare come una freccia, e lui leggendo sulla copertina il nome che gli aveva dato, sorrise con dolcezza “Sakura! Significa fiore di ciliegio! E’molto bello!”. Nessuno si era mai avveduto di leggere ciò che lei appuntava, tanto meno se riportasse un nome o meno, nella sua vita scandita dai ritmi dell’addestramento, l’organizzazione delle parate, le ronde a raccogliere i cadaveri putrefatti delle genti per le strade e sistemarli in cassonetti d’emergenza per essere smaltiti, le lezioni per migliorare la mira, renderla encomiabile. Il ragazzo scese dalle due ruote, attento alla sua chitarra, e le prese il quaderno di mano aprendolo “Scrive haiku, poesia giapponese, la conosco bene, cinque sette cinque, più lunghi all’occidentale! Scommetto che ne scrive in tutte e due gli stili! Dovrebbe pubblicarli!” allargò le braccia.

“Venga a vedermi domani!” incalzò porgendole un flyer colorato, con l’orario e lo specifico dell’evento “Il mio nome è Ettore…mi farebbe piacere. Sarebbe il modo migliore per ringraziarla dall’avermi risparmiato un bel po’ di bossoli nella testa, benché sia venuto fuori dal nulla e in modo non del tutto corretto, è stata molto gentile!!” era ri-partito con un’energica pedalata “…e poi è così bella!” le aveva gridato nel vento, sparendo nel buio, cerbiatto libero, lupo indomito dal pelo di luna, pettirosso dalle morbide piume sul petto, lasciandola con quel congegno a molla a ruotare impazzito nel petto, voltando lo sguardo a seguirlo con un sonoro crack metallico della testa.

“Saluti bella signora!” e lei portandosi sugli attenti guidò la destra alla tempia “Comandi!”, in un gesto che comprese stupido solo dopo, abituata com’era alla battaglia.

La donna ricacciò dal quaderno il flyer che aveva conservato e si perse nei suoi colori. Non era andata allo spettacolo, quella sera era di servizio, Ettore invece era salito sul palco, diciannove anni e la musica nel sangue. Lui ed il suo gruppo. Aveva suonato scarso sette minuti, poi tutto era saltato per aria, allo scoppio di una granata in pieno centro.

Beatrice sfiorò il flyer nel punto in cui erano state le dita di lui, se avesse potuto ricordarsene, lei aveva all’incirca la sua stessa età, solo ventuno anni, due in più, ed era stata umana allo stesso modo. In testa le venne uno dei suoi haiku, quella poesia che la legava alla vita, quella vera, che non ricordava, ma che sapeva esserci stata di sicuro, in cui non era nata un uccello da combattimento, duro e micidiale. Infallibile. Sulla mia bocca/ ancora il tuo odore/ perché non va via? “L’ululato del lupo non ha eco poiché i lupi cacciano in branco, la comunicazione a lunga distanza è fondamentale per la buona riuscita della caccia. Dato che questi animali cacciano per lo più in zone di montagna dove gli ululati sarebbero vulnerabili alle distorsioni dell’eco, essi ululano a una frequenza che non ha eco. I lupi riescono così a localizzare esattamente i loro compagni di caccia e a stanare le prede colte di sorpresa.” Chissà si chiese in quel momento se il dolore, quando è così profondo da spaccare anche ciò che è stato costruito secondo le tecniche più sofisticate, muore allo stesso modo, senza eco. Ettore somigliava ad un lupo e come tale le sembrava di rivederlo, di nuovo, ancora.

“Ettore…” ripeté quel nome in un sussurro inghiottito, a scaldarlo fra i palmi delle mani, trovava molto melodioso quel nome. Strappò il flyer e piegando le giunture lubrificate delle ginocchia, riprese la ronda. “Sbocciavan le viole, con le nostre parole … e sarà la prima che incontri per strada” modulando la voce, armoniosa, come nessuno le aveva mai insegnato a fare. Airone d’acciaio.

“E un angelo di lontano serrò i suoi occhi, due braci viola di dolore accesi, scuotendo le proprie ali per riprendere il volo”

della stessa serie:

http://occhidiargo.blogspot.it/2014/05/i-racconti-di-vener-di-monica-fiorentino_23.html

Published in: on aprile 29, 2014 at 3:30 pm  Lascia un commento  

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