La Casa del Vento

Lettera 21. “Come è strana la guerra, come modifica il Genere Umano, inverte il cuore, sovrasta la mente, mette in subbuglio i pensieri. Come cambia. Avere fra le braccia un fucile, sentire il sangue divenire polvere da sparo, la mano callosa nel tenere in pugno una pistola, a ripetizione, le gambe dure, di ferro, prolungamento delle proprie armi, canotta e mimetica, anfibi, l’unico abito, da sposo come da giorno. Come cambia lo svegliarsi con l’odore acre delle carni arse vive nelle narici, le strade, i marciapiedi pieni di sangue, la notte non è più la stessa, le cicale, le lucciole hanno paura quanto gli uomini di quel fragore che s’ode in lontananza.

Trovare un libro da sfogliare per sognare ancora, una cosa impossibile, io Baricco l’amavo, e adesso se riesco a leggerlo è solo tramite i ricordi confusi che possiedo, le pagine che ho nella mente. Come trasforma, come rende inermi, larve sottoposte al giogo feroce della violenza. Attorno fiori d’arancio che più non profumano, nessuna rosa!”
Lui annuì col capo, gli piaceva ascoltarla, la sua voce lo cullava, le sue parole gli entravano nel cuore, lievi, impalpabili, vere, com’era lei. Come un’ala di gabbiano, capace di librarsi libera nel suo petto, indomita, regalandogli gocce di serenità e speranza, gioia.
Seduti su quelle scale di pietra sotto il patio, insieme, la notte attorno a permettere il silenzio, pausa dalla guerra, entrambi divenivano solo due voci. Non era importante chi fosse il comandante, chi la cicogna, quali fossero gli abiti indossati, i gradi. “Un giorno Dio disegnò la bocca di Jun Rail. E’ lì che gli venne quell’idea stramba del peccato. La bocca di Jun Rail non ti lasciava in pace, ti trapanava la fantasia, semplicemente ti impiastricciava i pensieri. È Castelli di rabbia di Alessandro Baricco. Non è stupenda?”
Lui aveva conosciuto quella ragazza durante una ronda notturna, la sua figura minuta, come un’ombra fantasma, un angelo, gli aveva tagliato di colpo la strada uscendo di fretta dal locale dove lavorava come cameriera, una nuvola notturna, di corsa, stretta nel suo scialle, la gonna a fiorellini lunga a coprire le caviglie sottili, le scarpe dalla suola bucata, logore ai piedi, cinciallegra dai lunghi capelli corvini. E lui bloccandola per un braccio, le aveva intimato di far attenzione all’ora tarda e ai soldati in giro: a quelle parole lei gli aveva regalato un sorriso, incantandolo con quei suoi occhi lucenti. Mercedes orfana lo era dalla nascita e sapeva come cavarsela, la guerra la viveva sulla pelle tutti i giorni, senza nessuno che le proteggesse le spalle, e lui nell’apprendere la sua storia, sentì il cuore sciogliersi in una musica nuova.
“La poesia salverà il mondo comandante, non stia a preoccuparsi per me!” gli aveva risposto quell’uccellino senza nido, riprendendo il volo verso quella camera in affitto da pagare col sudore della fronte e tanti sogni nella testa.
Senza lasciare la presa, fu lui a pregarla di riprendere fiato a casa sua, bere una limonata assieme quella stessa notte, fuori al suo giardino, un cascinale ai margini dalla città dove era rifugiato, un invito divenuto di volta in volta consuetudine, per discorrere ogni sera.
La guerra non aveva spezzato le ali di quella sognatrice, uccellino minuscolo ma pieno di sogni, illusioni, fiumana di pagine di libri nella mente “Diverrò una grande scrittrice di haiku, ci può giurare comandante! Lo sogno da bambina e diverrò la più grande scrittrice di haiku del mondo! Conosce lo haiku? quella poesia in stile orientale di cinque, sette, cinque sillabe, un po’ più lunghi all’occidentale? Quella non è solo poesia signore, è la fotografia di un istante, la musica del silenzio, tre versi che da soli sono un sentimento intero. Ed io la soffierò ovunque. La poesia salverà il mondo, Hector questa è la risposta: l’amore!”
Lui adorava quel suo modo di fare. Mercedes profumava di fieno, di buono, di margherite, di povertà dignitosa, di violenza, sopraffazione, ma anche di coraggio, orgoglio inamovibile, lui sapeva bene che non era facile per lei esercitare il solo ruolo di cameriera in quella bettola, puntualmente visitata da fin troppi ufficiali, e che di sicuro qualche soldato faceva carne cruda del suo candore all’occorrenza. Ma lei taceva e teneva alta la testa. Era la guerra.
“E’ stato detto: Se ci chiedessimo qual’è il suono della guerra, sarebbe facile immaginarlo: dal rullo di tamburi che accompagna il passo dei soldati al lamento dei civili colpiti, dallo stridio delle spade al rombo degli aerei che tagliano l’aria. Ma qual’è il suono della pace?” bevve lui un sordo robusto del suo whisky ghiacciato, a gongolargli fra le mani.
“Hector, posso raccontarle una storia?” lei di storie ne conosceva mille, come di poesie, che componeva con filo di luna, lui integerrimo comandante a guidare le sue truppe senza esitazione alcuna, senza risparmio, senza sangue, capitano Hector Rojas per lei diveniva semplicemente Hector.
A quella domanda lui allargò le braccia, bicchiere fra le dita, la blusa sbottonata, la mimetica incollata addosso, non aspettava altro ogni sera, che il suono di quella voce a riempirgli il cuore, lei, una limonata ghiacciata, la sua solita gonna a fiorellini.
“Un ragazzo regala alla sua fidanzata una bambola, lei si innervosisce e butta la bambola in strada. Il fidanzato le dice “ma perché hai buttato la bambola?”
Lei risponde, “perché non mi piace il tuo regalo”. Così lui va in strada e prende la bambola, quando all’improvviso una macchina lo investe e lui muore.
Il giorno dei suoi funerali, in lacrime, la fidanzata prende la bambola e la stringe forte a se, mentre stringe la bambola…questa dice: “Mi vuoi sposare?” La ragazza impaurita fa cadere la bambola. Cadendo, dalla tasca escono due fedi. Ama ciò che hai, prima che la vita ti insegni ad amare ciò che hai perso”
“Non è bellissima? L’ho letta tempo fa!” gli occhi di lei nel raccontare erano divenuti cielo. “Si!” ammise, era una storia bellissima come lei, i suoi sogni, i suoi haiku. Sorrise l’uomo.
“La tenga allora sotto il cuscino per stanotte!” si sollevò la giovane sulle punte, cinciallegra d’arcobaleno, luccicore di lucciole e notte, fuggendo via, tarda l’ora di tornare a casa, lasciandolo a mezz’aria, correndo oltre il cancello chiudendolo delicatamente alle spalle con un sordo rumorio metallico, in un ultimo sorriso a voltarsi “L’amore è la risposta!”
“Dovresti raccoglierli tutti i tuoi haiku Mercedes!” le gridò lui di rimando “Dovresti dargli un bel titolo e pubblicarli!” il viso timido della giovane a quelle parole parve avvampare “Sarebbe un sogno signore!”, lui fece tintinnare il ghiaccio nel bicchiere “Promettimi che ci penserai!… Promesso?… Promesso!”
“Promesso!” urlò lei finché lui potesse udirla, vincendo la sua naturale ritrosia e la sua radicata riservatezza.
Voltandosi di spalle, celandogli il suo sorriso di gioia, nell’andarsene.
Colpita a freddo, dal rombo di un mitra a caricare a fuoco fra le tenebre, cecchino infallibile, senza freno a bere di lei anima e sangue.
Mentre gli occhi di Hector si chiudevano a quel frastuono, carezzando l’ultimo haiku che lei gli aveva regalato e che teneva appuntato su di un foglio in tasca Spine/ S’inerpica fra i rovi/ un bocciolo, al ritmare dei colpi a stroncare per sempre la sua voce, sulle parole che lui le aveva detto.
Urlando il suo “Nooooo, bastardi!” alla luna.

“Al piegarsi della testa di un angelo di lontano, nel serrare i suoi occhi, due braci viola di dolore acceso, chiudendosi nelle sue morbide piume a coprirgli il petto”

Published in: on marzo 4, 2014 at 10:07 am  Lascia un commento  

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