Musica Nuda

  Costantino

Lettera 21. “Le foto servono per fermare gli istanti che faranno la storia, e queste sono strepitose! Bellissime! Sembrano provenire dal taccuino di un viaggiatore errante, un vagabondo d’emozioni, zingaro nel suo cercare attraverso la lente dei propri scatti un mondo che possa gridare, potente!”

Ricordò lei le prime parole che aveva buttato giù in fretta quel giorno di settembre, chiedendo in un telegramma di poter conoscere l’autore degli scatti fotografici che erano piovuti sulla sua scrivania alle sei del mattino senza alcuna firma, mentre era intenta a correggere le ultime righe del suo articolo da far uscire entro mezzogiorno.

Una follia in quel campo ancora mezzo addormentato, disseminato di rimbrotti lontani di fucile e puzzo stagnate di piscio secco. Ma lei c’era riuscita e le stesse parole gliele aveva rivolte poche ore più tardi, tenendolo di fronte, ripetendole con occhi ammirati, fissando quelle opere cresciute di numero sul suo tavolo. Costantino Breda, bravissimo lo era sempre stato, attestati e lodi parlavano da soli, aveva studiato fotografia in maniera eccelsa, ma ciò che andava ben oltre quello che può essere insegnato, era l’occhio con cui lui stesso vedeva il mondo, e per quello non servivano maestri, ma solo passione, cuore, spirito. La guerra l’aveva chiamato e lui aveva risposto “Il mio sogno è denunciare con le immagini, sottolineare, far ri-vivere, fermare!”

A quelle poche parole, lei aveva compreso sin dal primo istante, che non avrebbe mai potuto fermare quell’uomo dal suo incedere, dal suo correre laddove era più rischioso, sugli scenari più sanguinosi. Quello che era il suo pane, e lei ne conosceva bene il sapore. Dinanzi a quelle istantanee impilate in ordine di luogo e data, capì d’istinto che avrebbero impiegato buona parte del pomeriggio e il resto della notte a stampare un nuovo articolo da far uscire l’indomani. Lei giornalista alle prime armi, assetata di giustizia seduta su quella sedia spagliata all’interno di un campo di fortuna circondato tutt’intorno da filo spinato, lui con quella Nikon al collo, camicia aperta e fianchi stretti, fotografo irriverente della libertà. Si erano conosciuti così, fra quelle terre di polvere e guerra, granate a tradimento e sangue, e quella stessa notte al termine dell’impaginazione, avevano fatto l’amore, lei con i suoi fogli da riempire, lui coi suoi scatti ad illustrare.

All’alba quando voltandosi l’aveva visto disteso al suo fianco, ancora immerso nel sonno, spettinato, indifeso come un bambino, cicatrici, sudore e pelle, aveva capito il senso completo del suo scrivere, del suo vivere, e aveva compreso al contempo che sarebbe stato “per sempre”, quel per sempre che solo la guerra scrive a suo piacimento. E tirando le lenzuola al seno, era stata certa che a nessuno dei due sarebbe mai importata la durata di quel “per sempre”, se questo era già “adesso”.

“Non mi sembrano più uomini, Elena! Ma solo corpi morti che camminano, essere qui è incredibile! L’apocalisse se mai un giorno avrà un volto, credo sarà uguale a questo!” stropicciò lei fra le mani gli appunti, assieme alle foto che le avevano consegnato, che lui, non aveva mai fatto in tempo a farle ricevere, e che aveva raccolto con l’intento di farle divenire nelle successive ventiquattro ore, fra le sue mani, l’articolo più sensazionale degli ultimi tempi.

Lei sollevò gli occhi da quell’immagine in bianco e nero, mentre il vento fischiava fra i suoi capelli, secco, caldo, a raffica, rialzando pulviscolo e sterpaglia sotto quella tenda malferma a gongolare, in quel luogo disseminato di morte, dove era stata chiamata per “il riconoscimento di un cadavere” così le era stato spiegato telefonicamente. Quel fotografo che tutti ormai sapevano suo socio e compagno, si era spinto troppo oltre, varcando la soglia di luoghi dove era meglio non metter mai piede. Quell’uomo di pace, per lei il suo amato, fenice dalle lunghe ali di fuoco e il vello screziato d’ametista, aveva pagato il suo ardire con una lunga e tonante crivellata di piombo alle spalle, senza aver mai neppure il tempo di avvedersi dell’identità del suo boia.

“Porto con me i documenti allora! Vado…voi proseguite!” si era girata di scatto sui tacchi la donna, stretta nella mimetica incollata addosso a lasciar intravedere soltanto il collo sudato, scoperto dai lunghi capelli raccolti sulla sommità del capo, rifiutandosi di far sollevare il telo per la identificazione, ciò che i soldati in parata attorno al feretro, si erano aspettati succedesse sin dall’inizio d’altronde.

Stava andando via lasciando dormire sotto quel panno il suo futuro sposo, macabra fiaba, si sarebbero accollati loro il compito di avvertire la famiglia del deceduto. Avrebbero fatto senza di lei. Non era mai stata di molte parole quella giornalista, ancor meno da quando si era stretta a lui ed erano divenuti una sola cosa. Simultanei, uguali, invincibili.

Nuovamente gli occhi di Elena ricaddero sulla foto, un’esposizione come nel “corredo” di Costantino, dai toni forti, peculiari, nella sua omogeneità luminosa, viva, a raccontare una storia intera, ridefinire il concetto di luogo in “posto per l’anima”, un lavoro che profumava di libertà, fermo immagine a divenire infinito, la dote che aveva sempre posseduto, la magia che gli era stata data in dono: la capacità di raccontare in un solo scatto, un istante interminabile e presentarlo agli occhi degli altri – immenso.

Lui non era sotto quel velcro grezzo, fra quell’odore insopportabile di morte e ceri, tanfo di corpi ammucchiati, bambini nati morti, o tirati fuori a forza dal ventre delle loro madri assassinate a campione.

La morte non è niente,
io sono solo andato nella stanza accanto.
Io sono io.
Voi siete voi.
Ciò che ero per voi lo sono sempre.
Parlatemi come mi avete sempre parlato.

Lei conosceva bene il valore dei sogni, il loro sapore, e il prezzo da pagare. In quell’ultimo scatto lui aveva rinnovato la sua poesia, la verità cruda, senza edulcorarla perché alle volte non serve, esponendosi senza filtro, pur di carpirne il senso e fermarlo, fra le sue parentesi, nelle venature dei suoi bianco e nero a gridare, uno spaccato di guerra, ombre, un intero universo a vibrare, immagini a divenire parole, raccontare, artigiano delle immagini, fabbro dello scatto, dalle radici salde. Lei conosceva bene il prezzo da pagare per i propri sogni. E in quel mentre le venne in mente uno haiku, quella poesia giapponese in metrica di 5/7/5 sillabe che spesso spartiva con lui, che si divertivano nel comporre entrambi, che diveniva il loro linguaggio, il loro aprirsi e ri-conoscersi l’un l’altra, uno haiku che lei aveva scritto proprio il giorno prima che lui partisse, per quella che riteneva una spedizione per quella volta davvero troppo rischiosa Cuore_/ la tua bocca di cera /i melograni      

Muta, strinse gli appunti e la foto e distogliendo gli occhi dalla stoffa sotto cui disteso, si disegnava il giovane corpo di un uomo nell’atto di dormire, si cacciò una ciocca di capelli dietro l’orecchio, puntando verso l’uscita, scusandosi a viso basso “Ho da scrivere, tornerò più tardi!” senza che nessuno arrestasse il suo incedere, e il rotolare silente di quella lacrima.

 

“Mentre di lontano, gli occhi viola di lui, due braci viola di dolore acceso, si chiusero a divenire cielo, e le lunghe ali blu, presero a vestirsi a lutto”

 

 

Published in: on gennaio 2, 2014 at 9:10 am  Lascia un commento  

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