Il corvo e la luna di DIEGO FABI

Quella notte il corvo danzava e cantava sul ramo di faggio. Le piume a proteggergli il corpo dal freddo erano nere e lucide.

L’aria era rada, immobile, il vento sembrava essersi dimenticato di se stesso.

Altri uccelli erano ancora vigili sugli alberi tutt’intorno ma non danzavano come il corvo, non suonavano allegre melodie come nei giorni caldi dell’amore.

Era un tempo lontano, tanto distante che solo gli alberi più duri e nodosi ne hanno un vago ricordo. Era un tempo in cui il corvo danzava sul faggio e cantava salmi d’amore…nonostante l’inverno.

Era un tempo in cui la luna era troppo vicina alla terra, tanto tonda e luminosa da far echeggiare il suo pallore in ogni dove: persino nel cuore di corvo.

Vibrava come diapason il solo essere lì presente, la luna, donando il La che dirigeva l’orchestra dei battiti del cuore di corvo.

Oh Luna cantava lui con voce di flauto oh Luna e null’altro gli riusciva di dire all’infuori di quel tutto sì detto, quel tutto già proferito nel solo aspirarne il Nome.

E la chiamò, oh se non la chiamò, mille volte mille!

Venne dunque il momento in cui lei sparì al di là dei più alti monti.

Nei giorni a venire il corvo attendeva odiando il sole, desiderando quella sola e unica nota di pallore che faceva vibrare petto e becco, facendo irrompere  le note più belle  al cielo.

Lentamente la luna prese a celarsi il volto mentre il corvo straziava sempre più la voce gentile.

Altre tante notti scivolarono grame: il corvo danzando e cantando la luna sparendo. L’ennesima notte fece del nero pennuto orfano dell’astro. Per quanto urlasse il suo nome Oh Luna, oh Luna! lei non comparve. Al sesto giorno d’assenza copiose lacrime bagnarono gli occhi del corvo mentre il canto affogava in fastidiosi gracchiare. Il corvo si lasciò andare alla morte, la riconobbe nera e stonata, la riconobbe sua simile.

Quando la luna riprese il vagare da osservatrice del mondo notò immediatamente l’assenza di quell’insostituibile bardo. Gettando un occhio ai rami di faggio vide le nere piume immobili e capì il  dolore della perdita, pianse anch’ella il lutto del canto più vero, più soave che mai avesse ascoltato nel suo viaggiare.

Come cristalli di ghiaccio caddero copiose lacrime sul rigido corpo, insinuandosi tra il piumaggio, scorrendo fredde sul capo, bussando ad una porta chiusa.

In quel tempo tanto lontano anche la luna conobbe lo strazio. Urlò, urlò tanto forte che il rivo s’ingrossò di colpo, il vento divenne tornado, gli uccelli impazzirono, il faggio si spogliò di tutte le foglie celebrando nudo l’abbandono.

Resta con me gli disse la luna non lasciarmi! implorò Cosa sarà senza te la mia notte?!

E ancora una lacrima di cristallo cadde. L’ultima lacrima che l’astro aveva nelle sue invisibili pupille, scivolò sul becco del corvo.

                                                                       Diego Fabi

Published in: on settembre 29, 2011 at 9:54 am  Lascia un commento  
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