Nana la lupa triste

C’era una volta nel folto della meravigliosa Foresta di Acquara, una  stupenda lupa bianca di nome Nana.

Creatura bellissima quanto selvatica e solitaria, dal candido pelo un caleidoscopio di luci abbaglianti, le zampe agili e scattanti e il muso all’insù perennemente imbronciato, sopra cui spiccavano due stupendi occhi di una cangiante tonalità viola scuro.

Dal carattere cupo e riservato, sempre fuori dal proprio branco, acida e ribelle, nulla sembrava spaventarla, e d’indole scontrosa, scorbutica e scostante, col cuore chiuso in un pugno di ghiaccio, non c’era essere vivente che riuscisse ad avvicinarla, nè bestia alcuna che fosse in grado di farla sorridere o ricevere da lei uno sguardo di approvazione.

Sempre schiva e riservata nei suoi modi, pronta a declinare qualsiasi invito non riguardasse l’organizzazione di una nuova battaglia atta ad alleviare i problemi più incresciosi che attanagliavano le zone maggiormente martoriate della Valle, rifiutando altra compagnia in malo modo, felice solo di poter restare isolata nel suo silenzio lontana da tutto e tutti nelle zone più impervie di Acquara. Ottima cacciatrice, scaltra e guardinga nel passo, stratega brillante e risoluta, capace di nutrirsi all’occorrenza anche solo di bacche e foglie secche se i periodi di magra lo imponevano, senza nulla chiedere a nessuno, niente sembrava accattivarla e il desiderio di formare una famiglia sua e partorire dei cuccioli propri non pareva nemmeno sfiorarla.

Considerata alla nascita la lupacchiotta più bella della Macchia,  col suo fulgido manto di un candore abbacinante, le movenze regali e lo sguardo volitivo e accattivante capace di incantare chiunque, sempre giocosa e piena di entusiasmo, Nana era fiorita libera e indipendente, ammaliando tutti col suo splendore, cominciando a perdere solo con la crescita le sue qualità, inspiegabilmente, trasformandosi in un essere selvaggio e introverso, capace di allontanare con fare brusco e spicciolo chiunque provasse ad avvicinarsi, rifugiandosi nel silenzio dei suoi pensieri, odiando tutti quei complimenti, che se in passato l’avevano riempita di gioia e imporporato di vermiglio il viso,  d’improvviso avevano preso a sortire su di lei l’effetto contrario procurandole stizza e livore, trasformandola in una femmina detestabile, dal ventre sterile e freddo.

Ma una notte mentre come al solito era accucciata sopra l’altura di una roccia intenta a contemplare i raggi argentei della luna fasciare di magia la natura intorno, lontana dallo sguardo altrui, udendo uno strano rumore alle sue spalle, balzò stranita.

Avanzando adagio nascosta dalla semioscurità, una figura impalpabile ed eterea, squadrandola con aria truce si stagliò di colpo alle sue spalle apostrofandola senza riserve “Sii sincera lupa bianca della Foresta di Acquara, quanto ti diverti a farti così male?” soffiò fra le zanne.

“Moltissimo, immagino! Visto l’accanimento che impieghi nel riuscirci così bene!” aggiunse con ghigno di scherno.

“Ma anche se è grande  il dolore che dentro ti logora, cara Nana, io credo che tu non abbia alcun diritto di inveire così tanto contro te stessa! Forzandoti in questa clausura senza tempo! Rifiutando lo sguardo altrui come fosse una lama pronta ogni volta a colpirti!”

E lei voltandosi di scatto, piccata a quelle parole, non trovando altro  alle sue spalle che il sibilo sinistro del vento, guardandosi intorno con fare smarrito, fiutò l’aria con ferocia “Chi sei? Chi sei tu per parlarmi in questo modo? Fatti vedere! Mostrati anziché crogiolarti con l’ambiguità di parole dette a metà!” gli ringhiò contro.

Ma non ricevendo alcuna risposta, sbuffando fiele come nella sua indole ferina, la lupa grattò con la zampa il selciato segnandolo con rabbia.

Chi le aveva rivolto quelle parole doveva conoscerla bene, e questo le risultava impossibile, considerato che lei non amava aprirsi con nessuno e che ben pochi conoscevano qualcosa in più sul suo conto.

E ancora più furiosa per quell’intrusione, fuggì via indispettita, come a volere mettere distanza fra sé e quella voce.

Ma nonostante non permettesse a nessuno di entrare nel suo petto e tanto meno rovistare nei suoi pensieri, nei giorni seguenti quello strano incontro, lei non pensò ad altro.

Quell’ombra l’aveva salutata col nome di lupa bianca, chiamandola per nome e questo per quanto le seccasse ammetterlo, l’aveva profondamente turbata.

Ma come nel suo carattere, estraniandosi da tutto e tutti, girovagando raminga lungo la Vallata alla ricerca di funghi buoni e acqua fresca di cui nutrirsi, Nana tentò di non pensarci oltre, come faceva sempre quando il suo cuore le chiedeva disperatamente attenzione, continuando il suo vivere senza concedersi nulla, ordinando a se stessa di dimenticare.

Ma nonostante le mille difficoltà cui far fronte, la siccità perenne che tediava la Selva, il marcire della frutta, le incursioni nemiche degli altri branchi e il problema della distribuzione equa dell’acqua fra gli animali, a Nana sembrava di non riuscire in nessun modo a poter dimenticare quella voce.

E ad un mese preciso da quell’incontro, comprendendo di aver contato uno ad uno quei giorni, la lupa risalì sulla pietra con l’animo in subbuglio.

E percependo dopo pochi minuti, provenire  alle sue spalle nuovamente quel fruscio, senza avere il coraggio di voltarsi e  rompere così l’incantesimo di quell’attimo tanto atteso, chinò il capo mordendosi per la prima volta la lingua.

“Sei venuta a cercarmi?” esordì la voce “Dunque non è poi così arido il tuo cuore, quanto tu stessa speravi, vero?”  sogghignò.

E inghiottendo le lacrime a quell’affermazione lei assentì “Il calore delle tue parole benché non conoscessi il tuo volto non mi ha mai abbandonato!” balbettò.

Addolcendosi allora la voce sibilò “Non ero un nemico per te? Come lo sono tutti gli esseri viventi che osano avvicinarsi al tuo cospetto?”

E vibrando con piglio di comando le intimò decisa “Voltati Nana! Guardami!”

Rabbrividendo lei fece spallucce “Ho troppa paura! Troppa paura che tu sparisca come quella volta!” mugugnò.

“La tua voce mi ha scaldato in tutti questi giorni, credimi! Ho custodito nelle mie orecchie il suo suono mentre pronunciava il mio nome come un tesoro! E non vorrei …”

Forte e pieno l’ululato di lui echeggiò lungo l’intera Foresta “Voltati ed io non sparirò, lo giuro!”

E girandosi di botto Nana, ritrovandosi nelle meravigliose iridi smeraldo del bellissimo Nobuo, lupo dal pelo d’argento,  bestia leggendaria che aveva scritto la storia di Acquara  risorgendoendo ingiustamente per mano umana, divenendo spirito fantasma della Foresta, la lupa sentendo mancarle un battito, chinò la testa avvinta.   

Il lupo che tutti definivano di una bellezza senza eguali, illuminato in quell’istante solo in parte dai tenui raggi della luna, lasciò che Nana incontrasse i suoi occhi senza parole.

E lei trincerandosi subito dietro il muro della sua freddezza come soleva fare con chiunque le si avvicinasse, tagliò gelida senza misure “Cosa vuoi veramente?” incupì lo sguardo issando il pelo ispido “Di cosa hai bisogno? Che ti aiuti nell’armamento di una qualche battaglia? Che ti venga in soccorso contro qualcosa?”

Lasciando che lo squarcio di luna illuminasse solo una parte del suo pelo, Nobuo inghiottendo l’insulto, emise un sordido sbuffo che risuonò fra le fronde come un cupo canto “Non è per questo che sono qui!” rispose di rimando.

E lei cogliendo la provocazione gli tirò contro di un fiato  “Vuoi sapere ciò che alberga nel mio cuore Nobuo, vero? Per questo sei venuto qui a parlarmi?” rantolò con rabbia accompagnando la sua esternazione con l’ondeggiare del capo “Ma se mi sono allontanata da tutto e tutti avrò avuto di certo le mie buone ragioni!” ansimò.

“Se sono fuggita via dalle mie stesse sorelle e dai miei stessi fratelli, è perché dinanzi ai loro sguardi indagatori ho dovuto indossare la maschera bianca del silenzio, per nascondere il mio vero volto!” gettò come un fiume in piena.

 “Se ho coperto di nera pece il mio animo e di colata di fiele il mio cuore, e perché grande è il mio dolore e forte il mio bisogno di  difendermi, per continuare a vivere!”

E lui accusando le sue parole, masticando il suo sfogo, continuò senza scomporsi “Se ti parlo in questo modo credimi, è soltanto perché voglio vedere il  tuo vero volto! Quello che tieni ben nascosto dietro le spine dei tuoi modi burberi  per proteggerti dalla lama altrui!”

E tremando a quelle parole per la prima volta, dopo l’ infinito eremitaggio forzato cui si era costretta, durante il quale aveva smesso di provare qualsiasi emozione, Nana uscendo dalle tenebre, assaporando il retrogusto inaspettato di quel sentimento così intenso, che dubitava perfino di poter ancora essere in grado di provare, trattenendo a stento le lacrime, lasciò che i raggi della luna nascente le illuminassero di colpo il muso, percependo a pelle quel calore come nuovo, dopo il lungo periodo trascorso nell’oscurità.  Mostrandosi a Nobuo senza maschere, completamente.

E il lupo accortasi di quel primo, timido cedimento, proseguì “Ogni giorno di lontano, osservo tutta la fatica che impieghi per abbruttirti così tanto in modo da farti odiare dal tuo prossimo più facilmente, allontanando gli altri da te con meno fatica: la tua ferocia, i tuoi silenzi, il modo gelido col quale usi relazionarti agli altri, così continuamente dura, algida, irraggiungibile! Sempre sola ad ogni pasto a divorare in silenzio la carne viva delle tue prede con quel tuo grugno incrostato di sangue fresco da lavare  al fiume in solitudine! Il rovo dove usi nasconderti  ogni notte al sorgere della luna per celarti agli occhi altrui durante il sonno, allontanando da te qualsiasi maschio! E ogni volta le tue gesta mi procurano un dolore sempre più immenso!” soffiò.

“Sono un estraneo per te, lo so! E proprio per questo provo ad immaginare ancora di più, quanto debba essere difficile per te stessa, che ne sei direttamente coinvolta, questo penoso lavoro!”

 E scoppiando finalmente in un pianto dirotto nell’udire le parole che avrebbe voluto ascoltare da sempre, dopo la terribile notte durante la quale il suo cielo aveva perso di botto tutte quante le sue stelle, Nana rifugiandosi con un solo balzo contro il petto di lui pronto ad accoglierla, vi affondò bagnandolo di calde lacrime liberatorie in una stretta disperata, che la bestia accolse e benedisse.

“Nobuo, tu non sai cosa mi ha spinto a tutto questo! Io non volevo, non volevo che succedesse, credimi!” ruppe ogni remora la lupa con voce incrinata “E non volevo che qualcuno venisse a saperlo!” guaì.

“Dimmelo Nana!” la pregò allora lui.

E lei stringendosi d’istinto al suo corpo al suono di quelle parole redentrici, percependo di colpo contro il proprio volto  i grumi delle scorze ancora fresche che tempestavano la pelle  del lupo in ogni sua parte, scostandosi di colpo col respiro mozzato, sentì un nodo serrarle la gola nello scoprire per la prima volta illuminato dai bagliori della luna, la vera faccia della bestia, maciullata sul terreno di morte, dal bastone crudele dell’uomo.

E riconoscendo nelle sue piaghe il dolore del supplizio che lo avevano portato a divenire la creatura  tanto decantata da tutti come la più bella, fulgido lupo d’attacco, Nana lasciando trasparire dal suo sguardo la pena più profonda,  chinò il capo addolorata.

Ma contemplando di colpo sotto le  palpebre tumefatte di lui, brillare la luce bella dell’orgoglio  anziché il buio triste della vergogna, scuotendo forte il capo la lupa comprese all’istante i suoi errori.

Nobuo divorato nella carne dalle crudeli bastonate di un manipolo di Umani di passaggio nella Valle, che intravisto il suo errare notturno, oltremodo spaventati, avevano subito messo mano a legni di fortuna per eliminare il pericolo di un suo attacco, uccidendolo. Risorgendo dalle proprie ceneri – disputando da solo la sua lotta contro la morte in un testa a testa esclusivamente a due, battendosi senza esclusione di colpi – si ritrovò sbuffando sangue vivo dalle sue zanne, a divenire nell’istante ultimo del trapasso: da creatura d’attacco dal ventre natio, lupo fantasma di nuova guida.

Comprendendo nel male gratuito, il segreto vero del bene, che è tale solo quando si riesce a patire per primi sul proprio corpo la sofferenza,  riuscendo poi a riconoscerla su quello degli altri, ponendosi come esempio senza nascondere mai le proprie ferite, esibendole anzi liberamente, facendone tesoro – pregna com’è ognuna di ogni singolo istante del male che l’ha generata – mostrandosi fragile di carne e ossa, acquisendo l’appellativo di creatura più bella, solo attraverso il tormento più crudo.

E Nana comprendendo a quelle parole il motivo vero della sua venuta sopra quella roccia, con l’intento di parlarle in modo tanto chiaro, carezzandogli il muso con delicatezza infinita, sentì  lo stomaco contrarsi.

E senza abbassare gli occhi, gli confidò della notte in cui, bella come non mai, rincorrendo ancora lupacchiotta nella Macchia i tenui raggi della luna, giocando allegramente, i suoi occhi incrociarono quelli di una figura estranea tinta di nero, chiusa in un logoro mantello lungo a coprirgli i piedi e un cappuccio ben calcato sulla testa, che smarrita la giusta strada le aveva domandato disperatamente aiuto, chiedendole un rifugio sicuro. E della grande gioia che lei aveva provato nel poterlo aiutare, conducendolo con sé all’interno di una delle Grotte più sicure della Foresta, dentro la quale, ben protetto, lo sconosciuto,  liberandosi di colpo del suo pastrano le mostrò d’improvviso il suo vero volto, quello che le aveva tenuto nascosto dietro i suoi modi gentili per catturarla, ormai certo di poter mettere a segno il suo mostruoso piano.

E lei riconoscendo troppo tardi sotto quel travestimento il feroce Orco Nero delle Terre di Non, ormai impossibilitata a sfuggirgli, sola e in trappola, senza che lui le chiedesse nemmeno il nome, fu assalita dalla sua ferocia e piegata alla sua violenza finchè ne ebbe voglia, per poi essere  rigettata dopo l’uso contro il freddo terreno ricoperta di graffi e lividi, ridotta ad un grumo di sangue dolorante, priva per sempre della sua anima, creatura debole ed inerme. Perdendo i sensi per poi ridestarsi al sorgere del nuovo mattino, viva, ma ormai una lupa fredda e vuota.  

“Non avrei mai dovuto accompagnarlo! Lui era un estraneo per me e non bisogna mai seguire gli sconosciuti! Ma io non volevo che succedesse tutto quello! Ho sbagliato, lo so! So bene che bisogna stare lontani da chi non si conosce! Ma non volevo! Lo giuro!” soffiò la lupa avvinta.

E lui guardandola negli occhi sinceramente incalzò “Non è stata colpa tua, Nana! Non pensarlo mai, neppure per un istante! Mai!”

E consolandola con il caldo tepore del proprio fiato, Nobuo  strusciando il muso contro la sua fronte a quella confessione,  con rispetto infinito, le fece cenno di guardare il meraviglioso luccichio delle stelle sopra le loro teste, e accoccolandosi al suo fianco sotto la loro luce, le chiese tremante “Non andare via Nana! Non tornare al tuo eremo  almeno per questa notte! Resta qui con me!”

 E lei facendosi spazio sotto il suo pelo ancora incrostato di  sangue rappreso, avvicinandosi, annuì senza parola alcuna.

E quando al  sorgere del sole gli usignoli li trovarono ancora uniti, intenti a salutare insieme il nascere timido dell’aurora, avvolti dai mille cristalli di luce della rugiada, Nobuo sorridendole le svelò attraverso la dolcezza del suo sguardo il segreto della sua venuta, senza parole.

E ridendo di gioia sincera per la prima volta dopo tanto tempo, Nana percependo sulla propria pelle finalmente pulita quel nuovo giorno come il primo della sua vita, baciò a sua volta le scorze putride di lui con sentimento profondo.

E cominciando regolarmente a vedersi dopo quella notte, tutte le altre a seguire, le due creature presero a divenire a poco a poco  inseparabili.

E non rifiutando mai più lo sguardo altrui, Nana tornando al suo branco scortata al fianco dal fedele Nobuo, prese ad assumere di giorno in giorno un’aria sempre più dolce e affabile. E ricominciando a vestire i colori cangianti che l’avevano  battezzata  alla   nascita come la lupacchiotta più bella di Acquara, accompagnandoli con la delicatezza, la vivacità e l’affabilità del suo carattere ormai libero da ogni catena, facendosi ammirare da chiunque si fermasse a discorrere con lei, ricominciò a divenire scarlatta nell’udire le creature lodare la sua loquacità e la sua socievolezza, senza odiare più se stessa.

Guidata dal lupo d’argento le cui ferite non aveva mai veduto come oggetto di vergogna o di scherno prima, tanto era  grande la luce della sua forza ad oscurarle, e mai più si era soffermata a contemplare dopo, scoprendo nei suoi occhi soltanto la gioia.

E la vita.

 E vissero per sempre felici e contenti

                                             Monica Fiorentino

Published in: on luglio 12, 2010 at 10:36 am  Lascia un commento  
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