La leggenda del leone Kailash

 

Narra un’antica leggenda, che nella Foresta di Foglia Nuova, viva lo spettro di un bellissimo leone.

Dallo splendido manto bianco, gli occhi di una cangiante tonalità violacea e il carattere forte e valoroso. Pare che sia lui ad apparire quando il suo popolo ne abbia più bisogno.

E illuminando col suo coraggio e la sua lealtà il buio delle tenebre più nere, sia il suo spirito, col suo passaggio a riportare nei cuori la gioia e nell’animo la speranza.

Leone nato come belva d’attacco, divenuto nella morte: guardiano della Foresta.

C’era una volta nella meravigliosa Foresta di Foglia Nuova una bellissima leonessa di nome Abir.
Dal pelo fulvo, gli stupendi occhi di una cangiante tonalità verde smeraldo e il piglio fiero e coraggioso, unica figlia del defunto leone Sira, era stata lei alla sua morte, quale erede esclusiva a prenderne il posto di capobranco con ogni onore e gloria.
E salutata da tutte le creature con rispetto e stima infiniti, aveva iniziato sin da subito a vivere per il suo popolo, pronta a compiere qualsiasi sacrificio pur di vederlo proliferare nella pace e nella tranquillità più assoluta al riparo da ogni male, sempre attenta che nulla e nessuno potesse turbare la  serenità di quei luoghi e comprometterne la naturale catena ciclica biologica, regnante decisa e risoluta.
Dal carattere forte e diretto nulla sembrava spaventarla, e sempre aperta e disponibile con tutti i suoi sudditi, non trascorreva giorno che non si fermasse ad ascoltare i loro problemi con orecchio teso e cuore attento, pronta a donare a chi ne avesse avuto bisogno una parola buona e rassicurante.
Sovrana dedita e premurosa.
Ma se ineccepibile era la sua condotta di capobranco, tanto da suscitare le invidie delle altre creature dei Regni vicini, altrettanto non si poteva dire del suo carattere.
D’indole scontrosa, fredda, scostante, dal cuore chiuso in un pugno di ghiaccio, non c’era giovane leone che riuscisse ad avvicinarla, e non esisteva bestia alcuna che riuscisse a farla sorridere o a ricevere da lei uno sguardo di approvazione, sempre schiva e riservata nei suoi modi, pronta a declinare qualsiasi invito non riguardasse l’armamento di una nuova azione di guerra o l’organizzazione di una spedizione di pace in luoghi dove abbisognava che fosse riportata la giustizia.
Considerata alla nascita la leoncina più bella della Foresta  coi suoi cangianti colori e lo sguardo volitivo capace di incantare chiunque, sempre sorridente e piena di entusiasmo durante i suoi primi anni di vita, Abir era fiorita libera e indipendente, ammaliando tutti col suo splendore e la sua risata irresistibile.

Qualità che crescendo avevano preso di colpo a perdere inspiegabilmente, trasformandosi in un essere selvatico e solitario, capace di allontanare con fare spicciolo e brusco chiunque provasse ad avvicinarsi a lei, rifugiandosi nel silenzio dei suoi pensieri. Allontanandosi spesso dal gruppo dopo aver svolto le sue mansioni, per riparare sopra l’altura della roccia nell’eremitaggio più assoluto.
Rinchiudendosi in un’esistenza solitaria e silenziosa, lontana da qualsiasi approccio, evitando la compagnia di chiunque, talvolta anche in malo modo.

Scansando per primi proprio coloro i quali, alla nascita le avevano rivolto le parole più dolci e gli sguardi di ammirazione più intensi.  Odiando quei complimenti, che se in passato le avevano riempito di gioia il cuore e imporporato di timidezza le guance, col tempo crescendo, avevano preso a sortire sul suo animo l’effetto contrario, procurandole un livore insostenibile, spingendola a cercare sempre più l’ isolamento.
Facendola divenire agli occhi di tutti una guerriera, si,  integerrima, ma una femmina oltremodo detestabile.

Ma una notte mentre come al solito era seduta sopra l’altura di una roccia intenta a contemplare, ben celata dalle tenebre,  la calma della luna riflettersi sulla natura coi suoi raggi  d’argento, lontana dallo sguardo altrui, uno strano rumore le fece balzare di colpo il cuore in gola.
Avanzando adagio con passo felpato, nascosta dall’oscurità, una figura dall’imponente fisico massiccio e il candido pelo scintillante, a tratti screziato dal pallido lustrore della luna,  squadrandola con aria truce si stagliò di colpo alle sue spalle e macinando infuriato l’apostrofò senza riserve “Sii sincera leonessa della Foresta di Foglia Nuova, quanto ti diverti a farti così male?”
“Moltissimo, immagino! Visto l’accanimento che impieghi nel riuscirci così bene!” aggiunse con ghigno di scherno “Ma anche se è grande  il dolore che dentro ti logora, cara Abir, io credo che tu non hai alcun diritto di inveire così tanto contro te stessa in questo modo!” l’accusò lui.
E lei voltandosi di scatto a quelle parole, non trovando altro  dietro di sé che il buio più pesto, accompagnato dal sibilo sinistro del vento, guardandosi intorno con fare stranito, fiutò l’aria con ferocia.
“Chi sei? Chi sei tu per parlarmi in questo modo? Fatti vedere! Mostrati anziché crogiolarti con l’ambiguità di parole dette a metà!” gli sbraitò contro.
Ma non ricevendo alcuna risposta, sbuffando fiele come nella sua indole guerriera, la leonessa grattò con la zampa il selciato segnandolo con rabbia.
Chi le aveva rivolto quelle parole doveva conoscerla bene, sapere molte cose di lei, e questo le risultava alquanto anomalo visto che lei non amava aprirsi con nessuno, e che ben pochi conoscevano qualcosa in più sul suo conto.
E ancora più furiosa per quell’intrusione avulsa, Abir fuggì via indispettita, come a volere mettere distanza fra sé e quella voce.

Ma nonostante non permettesse a nessuno di entrare nel suo cuore e tanto meno rovistare nei suoi pensieri, nei giorni seguenti quello strano incontro, lei non pensò ad altro.
Lui l’aveva salutata  col nome di leonessa, chiamandola per nome, e questo per quanto le seccasse ammetterlo l’aveva profondamente turbata.
Ma come nella sua indole, impegnandosi nelle continue battaglie che venivano giornalmente a crearsi nella Foresta, dividendosi fra le varie adunanze e riunioni di gruppo, Abir tentò di non pensarci più di tanto, come faceva sempre quando qualcosa la sconvolgeva o quando il suo cuore le chiedeva disperatamente un po’ di amore, e continuando il suo vivere senza concedersi nulla ordinò a se stessa di dimenticare.
Ma nonostante le lotte giornaliere, le riunioni ricorrenti, le visite dei vari branchi che il protocollo le imponeva, le nuove nascite, e il problema della distribuzione equa dell’acqua, le orecchie di Abir sembravano non riuscire mai a dimenticare quella voce.
E ad un mese preciso da quell’incontro, comprendendo di aver contato uno ad uno i giorni, la leonessa risalì sulla pietra col cuore in subbuglio.
E sentendo dopo pochi minuti dal suo arrivo, provenire  alle sue spalle nuovamente quel fruscio, senza avere il coraggio di voltarsi e  rompere così l’incantesimo di quell’attimo tanto atteso, Abir chinò il capo mordendosi per la prima volta le labbra.
“Sei venuta a cercarmi?” esordì la voce “Dunque non è così arido il tuo cuore quanto tu stessa speravi, vero?”
E inghiottendo le lacrime a quelle parole lei assentì “Il calore delle tue parole benché non conoscessi il tuo volto non mi ha mai abbandonato, è stato sempre vivo nelle mie orecchie ogni giorno e nonostante io tentassi con tutte le mie forze di cancellarlo non ci sono riuscita!” balbettò  “Volevo, volevo farlo credimi, ma non ci sono riuscita! E questa notte non ho saputo resistere alla tentazione di tornare!”
Addolcendosi la voce mugghiò “Voltati Abir! Guardami!”
Rabbrividendo lei fece spallucce “Ho troppa paura! Troppa paura che tu sparisca come quella volta!” soffiò “La tua voce mi ha scaldato il cuore in tutti questi giorni, credimi, ho custodito nelle mie orecchie il suo suono mentre pronunciava il mio nome come un tesoro! E non vorrei …”
Forte e pieno il ruggito di lui echeggiò nella Valle “Voltati ed io non sparirò, lo giuro!”
E girandosi di botto Abir, ritrovandosi nelle meravigliose iridi viola del bellissimo Kailash, leone bianco fra i più valorosi della Foresta, che ne aveva scritto anni addietro la storia salvandola dalla perfidia della Tigre Bianca Bengala, morendo giovanissimo sopra il terreno di battaglia, la leonessa sentendo il cuore mancarle di un battito chinò la testa avvinta.
Figlio della leggenda di Foglia Nuova che lo voleva di una bellezza impareggiabile, illuminato in quell’istante solo in parte dai tenui raggi della luna, nascondendo  buona parte del suo corpo, lui lasciò che Abir incontrasse i suoi occhi senza parole.
E lei trincerandosi subito d’istinto, dietro il muro della sua freddezza, sfoderando il lato peggiore del suo carattere come soleva fare con chiunque le si avvicinasse, tremante cominciò a sbraitare senza mezze misure.
“Cosa vuoi veramente da me leone bianco?”
Tenendosi a debita distanza, lasciando che solo il taglio della luna illuminasse una parte del suo pelo canuto, facendolo  brillare di argentei bagliori, Kailash inghiottendo l’insulto che Abir gli aveva  gratuitamente rivolto contro, chiaramente piccata, emise un sordido sbuffo che risuonò fra le fronde come un cupo canto.
“E’ proprio per amministrare le cose del mio regno, che sono giunto fino a qui!” rispose di rimando la bestia con fare placido.
E lei cogliendo la provocazione gli sparò contro di un fiato  “Vuoi sapere ciò che alberga nel mio cuore Kailash, vero? Per questo sei venuto qui a parlarmi in questo modo?” rantolò con rabbia accompagnando la sua esternazione con l’ondeggiare del capo “Ma se mi sono allontanata da tutto e tutti avrò avuto di certo le mie buone ragioni!”
“Se sono fuggita via dalle mie stesse sorelle e dai miei stessi fratelli, è perché dinanzi ai loro sguardi indagatori ho dovuto indossare la maschera bianca del silenzio, per nascondere il mio vero volto!” gettò come un fiume in piena “Se ho coperto di nera pece il mio animo e di colata di fiele il mio cuore, e perché grande è il mio dolore e forte il mio bisogno di  difendermi, per continuare a vivere!”
E lui accusando le sue parole, masticando il suo sfogo continuò senza scomporsi “Se  ti parlo in questo modo credimi, è soltanto perché voglio vedere il  tuo vero volto! Quello che tieni ben nascosto dietro le spine dei tuoi modi burberi,  per proteggerti dalla lama altrui!”

E tremando a quelle parole per la prima volta, dopo l’ infinito eremitaggio forzato in cui si era costretta, durante il quale aveva smesso di provare qualsiasi emozione, Abir uscendo dalle tenebre, assaporando il retrogusto inaspettato di quel sentimento così intenso, che dubitava perfino di poter ancora essere in grado di provare, trattenendo a stento le lacrime, lasciò che i raggi della luna nascente le illuminassero di colpo il viso, percependo a pelle quel calore delicato come nuovo, dopo il lungo periodo trascorso nell’oscurità.
Mostrandosi a Kailash senza maschere, completamente.
Ed il leone accortosi di quel primo, timido cedimento, proseguì “Ogni giorno osservo  tutta la fatica che impieghi per abbruttirti: la tua ferocia, i tuoi silenzi, il modo gelido col quale usi relazionarti agli altri, così continuamente dura, algida, irraggiungibile, e ogni volta le tue gesta  mi procurano un dolore sempre più immenso!”
“Sono un estraneo per te, lo so! E proprio per questo provo ad immaginare ancora di più, quanto debba essere difficile per te, che ne sei direttamente coinvolta, questo penoso lavoro!”

E scoppiando finalmente in lacrime nell’udire le parole che avrebbe voluto ascoltare dalla notte in cui, il suo cielo aveva perso di botto tutte quante le sue stelle. Abir balzando al fianco della belva, affondò nella sua criniera bagnandola di calde  lacrime liberatorie, in un abbraccio disperato.
Che lui accolse e benedisse, lasciandosi avvolgere.
“Kailash, tu non sai cosa mi ha spinto a tutto questo! Io non volevo, non volevo che succedesse, credimi!” ruppe ogni remora la leonessa  con voce incrinata “E non volevo che qualcuno venisse a saperlo!”
“Dimmelo Abir!” la pregò allora lui.
E lei stringendosi d’istinto al corpo di lui al suono di quelle parole redentrici, percependo di colpo contro il proprio volto  i grumi delle scorze ancora fresche che tempestavano la pelle del leone, scostandosi di colpo col respiro mozzato, sentì il cuore mancarle di un battito nello scoprire per la prima volta illuminato dai bagliori della luna, il vero volto della bestia, maciullato sul terreno di morte per portare in salvo la sua stirpe.
E riconoscendo nelle sue piaghe il dolore e la sofferenza, che lo avevano ridotto da creatura decantata da tutti come la più bella, leone bianco d’attacco, di colpo golosa carne da preda divorata e straziata, Abir lasciando trasparire dal suo sguardo la pena più profonda,  chinò il capo addolorata.
Ma percependo di colpo sotto le  palpebre tumefatte di lui, brillare nelle sue meravigliose iridi viola la luce bella dell’orgoglio  anziché il buio triste della vergogna, scuotendo forte il capo la leonessa comprese all’istante i suoi errori.
Kailash divorato nella carne dalle fauci nemiche senza che nessuno potesse udire le sue urla, troppo lontano dal gruppo per essere tratto in salvo, aveva preferito disputare la sua lotta contro  la Tigre fuori dal campo di battaglia per contrastarla in un testa a testa esclusivamente a due. Scegliendo di sapere al sicuro il suo popolo, battendosi da solo, senza esclusione di colpi, ritrovandosi d’improvviso a sbuffare sangue vivo dalle sue zanne, nell’attimo pieno della vittoria contro la sua più acerrima nemica, divenendo in quell’istante nella morte da belva d’attacco dal ventre natio qual era, leone da guida di nuova pelle.
Comprendendo nel male gratuito, il segreto vero di un re, patendo per primo sul proprio corpo la sofferenza, così da  riuscire poi a riconoscerla e comprenderla su quello degli altri. Elaborando il bene vero di un regno, che è tale, se tutti i suoi componenti vivono in armonia, con esso e per esso. Ponendosi lui stesso come esempio senza nascondere mai le proprie ferite, mostrandole anzi liberamente, facendone tesoro, pregna com’era ognuna di ogni minuto del suo supplizio, mostrandosi Re fragile di carne e ossa, la cui corona di comando e il  cui appellativo di creatura più bella nel suo bianco pelo flagellato, gli erano stati dati all’unanimità dal suo stesso popolo.

E Abir comprendendo a quelle parole il motivo vero della sua venuta sopra quella roccia, con l’intento di parlarle in modo tanto chiaro, carezzandogli il muso con delicatezza infinita, sentì il cuore balzarle in petto facendole imporporare le guance.
E senza abbassare gli occhi, gli confidò della notte in cui, bella come non mai, rincorrendo ancora leoncina nella Foresta i tenui raggi della luna giocando allegramente, i suoi occhi incrociarono quelli del feroce Orco Nero che senza chiederle nemmeno il nome, l’assalì con ferocia piegandola in due con violenza.

Rigettandola dopo l’uso contro il freddo terreno ricoperta di graffi e lividi, ridotta ad un grumo di sangue dolorante, priva per sempre della sua anima, creatura debole ed inerme.

La quale sarebbe sicuramente morta se le braccia amorevoli della bellissima Misericordia, spirito dolce e benevolo non l’avessero raccolta e senza porle alcuna domanda l’avessero medicata, avvolgendola col suo calore, spirito pieno di  luce nella sua meravigliosa tonaca bianca e il cinturone di cuoio ai fianchi, coccolandola fino a farla addormentare con parole dolcissime, senza mai lasciarla sola fino al mattino quando il sole la fece destare ormai una leonessa dal cuore vuoto e freddo.

E consolandola con il caldo tepore del suo fiato,  Kailash  baciandole a quella confessione la fronte con rispetto, le fece cenno di guardare il meraviglioso luccichio delle stelle sopra le loro teste, e accoccolandosi al suo fianco sotto la loro luce le chiese tremante “Non andare via Abir! Non tornare al tuo Regno  almeno per questa notte, resta qui con me!”
E facendosi spazio nella sua criniera incrostata di vecchio sangue rappreso, avvicinandosi al cuore di lui, lei annuì senza parola alcuna.
E quando al  sorgere del sole gli usignoli li trovarono ancora uniti, intenti a salutare insieme lo sbocciare del nuovo giorno avvolti dai mille cristalli di luce della rugiada più pura, Kailash sorridendole le svelò il segreto della sua venuta.
“Ho combattuto contro la feroce Tigre Bengala fino a morire, per  salvaguardare le mie terre  e il mio popolo,  e preservare i tesori più preziosi del mio regno! Ed era mio preciso compito far si, che proprio il più meraviglioso,  non andasse perso!”
E ridendo di gioia sincera a quelle parole, per la prima volta dopo tanto tempo, Abir percependo sulla propria pelle finalmente pulita quel nuovo giorno nascere come il primo della sua vita, baciò a sua volta le ferite di lui con sentimento profondo.
E cominciando regolarmente a vedersi dopo quella notte, tutte le altre a venire, le due creature presero a divenire a poco a poco  inseparabili.
Kailash ammirato da tutti per la sua forza e la sua tenacia, vivo nel ricordo di tutti come il Re più bello, forte e valoroso che fosse mai esistito, prese ad assumere scendendo come spettro in battaglia al fianco del suo popolo, un’aria ancora più dolce e affabile, pervaso dal sentimento nuovo che gli ardeva nel petto.
Abir ricominciando a vestire i colori cangianti che l’avevano battezzata alla nascita come la più bella, accompagnandoli con la dolcezza, la vivacità e l’affabilità del suo carattere,   libero da ogni catena, facendosi ammirare da chiunque si fermasse a chiacchierare con lei, ricominciò a divenire scarlatta nell’udire le creature lodare la sua loquacità e la sua socievolezza, senza odiare più se stessa.
Guidata dal leone bianco le cui ferite non aveva mai veduto prima, tanto era  grande la luce della sua forza ad oscurarle, e mai più si era soffermata a contemplare dopo, scoprendo nei suoi occhi soltanto la gioia.
E la vita.

Fiorentino Monica

Published in: on gennaio 12, 2010 at 8:18 am  Lascia un commento  

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