Nuccio il burattino di Terramaris

C’era una volta nel lontano regno di Terramaris, un giovane burattinaio di belle speranze di nome Turi.

Artista superbo e geniale, maestro estroso e creativo, capace di realizzare col legno le opere più belle, perennemente chino sopra pezzi di legname dalle più svariate forme e le più diverse sfumature, sempre rintanato nella penombra della sua modesta bottega attorniato dal profumo del truciolato fresco prodotto dal suo scalpello, il giovane era conosciuto da tutti come il ‘migliore’ per la sua bravura e la particolare bellezza dei suoi burattini, perfetti in ogni dettaglio, dipinti a mano uno ad uno, capaci di incantare chiunque col loro splendore,  pezzi unici ed irripetibili, meravigliosi nelle loro stoffe damascate e gli splendidi monili al collo di inestimabile pregio.

Abile e solerte artigiano, era Turi a rifornire  tutti i cantastorie del paese, che si recavano presso di lui per rimpinguare di nuove marionette i propri teatri e di personaggi di fresca fattura le loro storie da raccontare ogni sera, accompagnati dal suono dolce del loro mandolino lungo le strade o all’interno dei castelli più ricchi.

E apprezzato da tutti, il giovane burattinaio non aveva pari nel suo campo e forte della sua competenza, non c’era marionetta creata dalla sua fantasia che non divenisse subito oggetto di desiderio per chiunque.

Così un giorno mentre  era intento come ogni mattino al suo lavoro, seduto dinanzi al tavolo dov’era disposto il nuovo carico di legno acquistato, immerso nello studio di un pezzo di ciliegio novello da trasformare in un nuovo meraviglioso personaggio, progettando per lui il sorriso più accattivante, armato di cotanto scalpello, trasalì di colpo nell’udire una voce alle sue spalle ammonirlo con autorità, spezzando la quiete del suo laboratorio.

“Buon giorno maestro!” lo salutò con voce risoluta un araldo del Re, entrando con passo cadenzato nella sua bottega, ostentando una lucente spada al fianco “Mastro Turi! Buongiorno! Scusate il disturbo! Ma è stato il nostro amato sovrano, il Re Io, ad avermi ordinato di giungere fin qui, presso la vostra dimora, per portarvi un incarico della massima importanza! E voi sapete che ogni suo desiderio è un ordine! ” gli spiegò impeccabile.

“Domani sera il cantastorie di corte  metterà in scena secondo ordine di sua Maestà, durante la cena di gala, una delle nuove storie scritte personalmente dal nostro Re. E siccome manca loro un personaggio, ho avuto ordine di venire urgentemente  fin qui, presso la vostra rinomata bottega, per chiedervi di confezionare con le vostre stesse mani questo burattino!” tossì.

“Voi siete conosciuto in tutto il regno per la vostra bravura,  e anche se il tempo a disposizione è poco, lui non nutre dubbi sulla vostra competenza!” sottolineò il portavoce la sua richiesta.

E a quelle parole Turi, sorridendo compiaciuto, si ripulì con fare impacciato il grembiule da lavoro coperto di resina, abbassando lo sguardo intimidito “Tutto ciò che il nostro amato Re comanda, è un ordine per me!”

E mettendo da parte le altre marionette, camminando sul truciolato coi suoi zoccoli logori,  si avvicinò al delegato con carta e penna  per prendere appunti sul da farsi “Datemi pure tutte le indicazioni! E come il nostro Sovrano desidera, così il  suo burattino sarà confezionato!”

E tirando fuori dal panciotto il manoscritto, l’uomo lesse attentamente “Trattasi di un burattino medio, magro, dalla casacca blu, le guance rosse e i capelli scuri! Corti! Il volto deve possedere due meravigliosi occhi, grandi, espressivi, profondi, di un bel colore verde e particolare importante, incisivo per la storia … non deve portare sul suo viso alcuna feritoia adatta a fargli da bocca!”

Segnando velocemente sotto dettatura i caratteri salienti che gli venivano richiesti da elaborare, udendo quella eccentrica pretesa il burattinaio impallidì di colpo, e sollevando il capo stranito, guardò il banditore dritto negli occhi “Senza … bocca?”

“Si” asserì l’altro di rimando “Senza bocca! Non deve poter parlare! E’ così che il nostro Re vuole che sia!”

E posando una cospicua manciata di monete d’oro sul tavolo dell’artigiano, si apprestò alla porta “Tornerò domani sera dunque! Vi auguro buon lavoro!” sollevò le sopracciglia “E lunga vita al re!” strillò in segno di commiato, sfiorandosi con la destra la fronte, appena sotto il berretto piumato.

E ricambiando il saluto con un cenno del capo, il giovane Turi nell’accompagnarlo all’uscio, sentì il proprio petto mancargli di un battito.

Nessuno gli aveva mai  rivolto una simile richiesta prima di allora, nessuno aveva mai desiderato una marionetta senza bocca, senza voce, senza suono, senza nota. Nessuno mai. Ma in fondo nessuna richiesta gli era mai stata indirizzata  dal Re di Terramaris in persona, ed era chiaro che i suoi ordini non andavano discussi.

 Così tornando al pezzo di ciliegio che aveva scelto quella mattina dai nuovi fasci, vedendo sopra di esso la possibile fisionomia del burattino richiestogli, afferrò con mano ferma lo scalpello e diede inizio all’opera, squadrandolo con aria pensosa, cominciando a definirlo con delicatezza così da non infliggergli alcun dolore, abbozzando la testa.

Ed in quello stesso istante, entrando di filato accompagnata da una folata di vento, la bella Eco, spirito evanescente della Valle di Terramaris, privo di voce, capace di pronunciare di ogni frase solo l’ultima parola, osservando con aria interrogativa il falegname suo amico, gli rivolse la sua domanda scrivendola col dito nell’aria “A cosa stai lavorando di bello?”

E il burattinaio – l’unico in grado di capire i segni dello spirito come un libro aperto – alla sua domanda fece spallucce “A un nuovo burattino! Si chiamerà Nuccio! Buongiorno cara Eco!” le spiegò spicciolo.

Tergiversando sul particolare che sapeva avrebbe di certo ferito profondamente quel dolce spirito, dai luminosi occhi viola e le stupende chiome azzurrine, agghindata a festa nelle sue ampie gonne tempestate di rose blu, sempre allegra e gioiosa, che aveva incontrato per caso un giorno d’aprile mentre era intento a cercare legna nuova nella Valle, e dalla quale non si era più separato costruendo con lei un legame solido e profondo.

E lasciando che la bella prendesse posto, sedendo sul piccolo sgabello che lui teneva sempre libero al suo fianco in bottega, continuò col proprio lavoro, sorridendole a tre quarti.

E completamente ignara del macabro dettaglio che avrebbe differenziato Nuccio da tutti gli altri burattini, Eco seguendo le mani dell’artista, sempre più curiosa – divertendosi a  studiare l’espressione che piano, piano veniva ad assumere il pezzo di legno così da indovinarne il carattere – facendo spallucce in silenzio, godendosi lo spettacolo col cuore in gola, muoveva i piedini a ritmo senza disturbare.

Ma scorgendo d’improvviso Turi sollevarsi dalla sedia per andare a pulirsi le mani, terminato il lavoro di coloritura delle gote senza aver definito le labbra della creatura, volandogli intorno gli tirò la giacca, spiegandogli a gesti la sua dimenticanza.

E il burattinaio sollevandosi sulle punte per prendere dalla scatola posta sulla mensola i fili rossi da incollare alle estremità della marionetta per articolarne i movimenti, sbuffò piccato “No, Eco non mi sono sbagliato! Non sono così distratto, sta tranquilla! La bocca non deve essere disegnata! E’ così che il Re ha ordinato che fosse creato questo burattino! Visto che sarà senza voce!”

E lo spirito sbarrando di colpo gli occhi a quelle parole, stravolto, scosse forte il capo in segno di disappunto.

Ma Turi fingendosi indifferente alle parole di lei, prese a concludere il suo lavoro incollando agli arti di Nuccio lo spago necessario, evitando di voltarsi a guardarla negli occhi.

Se quello era quanto il Re aveva richiesto, così sarebbe stato.

Ed Eco risentita da quell’atteggiamento tanto burbero e pungente, girandogli a sua volta le spalle fuggì via furiosa, lasciando per la prima volta la bottega senza salutarlo, volando via leggera diretta verso la Valle.

“Solo chi non conosce il dolore può ridere di chi soffre” fu scritto col fuoco fra le Sacre Ceneri della Saggezza, ed Eco che sapeva bene quanto fosse orribile essere ridotti al silenzio senza avere alcuna possibilità di potersi esprimere con la propria voce, impossibilitati a  conoscere il suono del proprio corpo, costretti a restare un passo indietro, proprio non riusciva ad accettare una simile richiesta, rivolta ai danni di un piccolo e innocente burattino. Il quale avrebbe visto di colpo tingersi di nero tutti i suoi giorni,  a causa dei capricci frivoli e leggeri di un Re troppo egoista e superficiale.

E sedendo in solitudine sulla nuda roccia della Valle di Terramaris a braccia conserte, cercando di sfogare da sola la propria collera, mordendosi muta le labbra,  percepì il cuore esplodergli in petto al pensiero del suo amato Turi, pronto ad eseguire ordini tanto tristi e tremendi, senza fare nulla per ribellarsi.

Proprio lui, che lei aveva sempre considerato un uomo giusto ed onesto, dall’animo nobile e corretto, l’unico in grado di comprendere i suoi gesti e comunicare con lei in perfetta armonia senza l’ausilio di alcuna voce a semplificare le cose, capace di non farle pesare in alcun modo la sua deficienza, facendola sentire una creatura perfettamente uguale alle altre.

E nel vederla così affranta, il bellissimo  Morfeo di passaggio in quel momento per la Valle diretto veloce verso l’orizzonte, superbo nelle sue vesti fluttuanti di seta color pastello e il magico medaglione di pietra lunare al collo, fermandosi di colpo le si avvicinò per carezzarle la testa china, col cuore a mille “Cosa tedia tanto il tuo animo piccola Eco? In maniera così feroce da indurti addirittura al pianto?”

Spirito fra i più attraenti e delicati, d’indole mansueta e romantica, Eco era conosciuta e amata da tutti ancor più per la sua fragilità, e chiunque scorgesse sul suo viso l’ombra di una lacrima non poneva tempo in mezzo per avvicinarsi, e chiedergliene il motivo.

E lei guardando negli occhi il fiero Morfeo a quella domanda, perdendosi nella sicurezza del suo sguardo tacito e saggio,  scrivendo nell’aria ciò che la faceva soffrire gli confessò il suo dolore “Turi ha accettato una commissione orribile! Il perfido Re Io gli  ha ordinato di costruire un burattino senza voce, per farlo figurare in scena domani sera insieme agli altri burattini, nel corso di una delle sue commedie!”

E comprendendo il dolore scaturito dal suo cuore ferito, punto sul vivo a quella richiesta, Morfeo le tese d’impulso le braccia, facendole trovare calore e conforto sul proprio petto.

“Hai ragione piccola Eco!” la coccolò carezzandole con dolcezza infinita la testa “Hai ragione, ma non temere! Asciuga le tue lacrime! Stanotte io stesso farò visita al giovane Turi! Entrerò nei suoi sogni e lo indurrò a riflettere sul suo operato! Prendendo le sembianze del piccolo Nuccio gli farò provare quanto alberga nel suo cuore, e mostrandogli ciò che si prova a non poter usufruire del sacro dono della parola, sono sicuro che comprenderà emozioni e concetti a lui sconosciuti, che lo indurranno a rifletterci sopra ben due volte, prima di mettere mano con tanta leggerezza a certi compiti!”

E strizzandogli l’occhio in segno d’intesa, le baciò la fronte con dolcezza.

E quando al far della notte il giovane burattinaio – per la prima volta solo e triste, senza la sua dolce Eco al proprio fianco ad augurargli la buona notte –  si strinse fra le calde coltri del suo letto – terminato in tempo il suo Nuccio, riposto per bene in una bella scatola capiente pronto per la consegna – come d’incanto Morfeo scese nel suo cuore e col suo potere prese a materializzare nella mente del giovane il più crudele degli incubi: un pezzo di legno dapprima senza forma né volto, poi sempre più similare al suo piccolo Nuccio, apparì agli occhi del burattino avvolto fra le fiamme di un rogo altissimo. Muto, impacciato, coi  fili dei piedi e delle mani impigliati e il volto privo di alcuna feritoia a fargli di bocca, in preda al pericolo incapace di emettere alcun suono, la povera marionetta impossibilitato a chiedere aiuto era destinato ad ardere come un ceppo privo di vita fra le morse della brace, senza alcuna possibilità di salvezza attendendo solo di ridursi in un cumulo di pulviscolo maleodorante. E sentendo il cuore mancargli di un battito a quella scena, senza porre tempo in mezzo, lui stesso incurante del pericolo, fece per gettarsi fra le vampe per salvarlo, quando ad un tratto, a quel gesto, il terreno sotto i suoi piedi si aprì di colpo inghiottendolo.

E svegliandosi di soprassalto, sudato e ansante,  scoprendosi sano e salvo nel suo letto, cercando subito con lo sguardo il pacco contenente il suo burattino, regolarmente numerato e catalogato posto fra gli imballi in partenza, Turi sentì lo stomaco contrarsi al canto del gallo che annunciava il nascere di un nuovo giorno, il giorno in cui Nuccio sarebbe dovuto andare in scena, muto e solo, fra tutte le altre marionette.

E abbassando lo sguardo, gli sembrò di scorgere fra i primi tenui raggi di sole dell’alba, il volto triste della sua bella Eco ammonirlo addolorato, mentre di soppiatto alle sue spalle l’ombra di Morfeo spariva silente. 

 E come da accordi presi, al far della sera l’araldo del Re non si fece di certo attendere, e bussando alla porta della bottega in  perfetto orario, lo salutò sorridendo soddisfatto nel vedere pronto il lavoro.

E scartando delicatamente la marionetta dall’involucro che la custodiva preservandola dagli  urti, ispezionandola per bene, togliendosi la spada dal fianco in segno di rispetto, si congratulò con l’artista stringendogli forte la mano.

“E’ un ottimo lavoro Mastro Turi!” sorrise il messaggero nel girare con cura il burattino, squadrandolo in ogni suo particolare accuratamente, non riuscendo a fare a meno di fermare il proprio sguardo su quel volto privo di vita.

“Si chiama Nuccio!” esordì lui.

“Bene, perfetto, mi fa piacere! Ma potevate pure risparmiarvi l’incombenza di mettergli un nome maestro! Non credo che verrà mai preso in considerazione durante la commedia!” fece spallucce.

E mettendosi con estrema delicatezza la marionetta sottobraccio, l’ambasciatore continuò il suo discorso imboccando l’uscita “Il Re ha inoltre espresso il desiderio che anche  voi questa sera facciate parte della festa! Visto quanto avete fatto per lui! Come ulteriore ricompensa!” tossì “E per questo qui fuori c’è già pronta la carrozza reale, adatta a scortarvi fino a palazzo! Dovreste solo cambiarvi d’abito e seguirmi!”

Erano ordini del Re, ancora ordini, e per questo indiscutibili.

E accettando l’invito, senza porre tempo in mezzo,  facendo cenno al messo di aspettarlo pure sul calesse, Turi corse a indossare il suo abito migliore, quello nero della festa, e infilati gli stivali buoni,  spense la candela della sua bottega, per recarsi a corte.

Anche se con la morte nel cuore.

 Fra lo sfarzo della splendida reggia dalle alte cinta merlate tutto sembrava una favola, un trionfo di profumo, di colori, di musiche, di vivande: pistacchi di smeraldo, granite di cristalli di ghiaccio, cannoli variopinti, croccanti sfogliate, fiumi di vino e bevande d’ogni genere e gusto troneggiavano su ogni tavolo e fra le mani di ogni invitato.

La sala zeppa di discorsi politici tenuti a calice alzato da distinti cortigiani in livrea,  riecheggiava di cultura, le mura rimbalzavano di chiacchiere ridanciane cucite sulle labbra di ingioiellate principesse dalle vesti di seta, intrecciandosi con le frivole risate di dame imbellettate attente a eseguire divertenti giochi da tavolo spensierate e leggere, strette in vesti di broccato finissimo attillate a modellargli i fianchi  senza nulla lasciare alla fantasia e il collo adornato di perle autentiche, che il burattinaio avrebbe pagato oro per poter utilizzare come rifiniture sulle sue marionette.

E quando d’improvviso fra il fasto e il chiacchiericcio generale, la tromba imperiale annunciò l’arrivo del sovrano in sala, tutti ammutolirono di colpo, e levandosi in piedi dirigendosi in due file ordinate ai rispettivi lati della camera per salutare degnamente l’entrata del Re, in concomitanza il sipario del teatro imperiale si aprì, facendo spegnere tutte le luci.

In fila gli inviatati, dopo avere salutato in piedi il Re, presero posto dopo di lui, e il cantastorie cominciò il suo narrare.

Nel vedere Nuccio fra tutte le altre marionette dai colori cangianti coi loro luminosi sorrisi ad attirare l’attenzione,  così piccolo, smunto e patito, coi suoi capelli scuri, gli occhi verdi, la casacca blu e gli occhi sgranati, il burattinaio provò una dolorosissima stretta al cuore.

Per lui il copione non prevedeva battute, lui non aveva una sola parola in capitolo, e posto in un angolo buio, sembrava semplicemente un pezzo di legno privo d’anima e basta. Nessuno avrebbe mai  udito una sola sillaba provenire dalla  sua voce, dalla sua bocca nemmeno un nome sarebbe mai fuoriuscito, un canto, un sospiro.

E rivedendo con gli occhi della mente l’immagine del rogo avuto in sogno, all’interno del quale il burattino ardeva senza alcuna mano tesa ad aiutarlo, sentendo la sua anima spezzarsi, Turi scoppiando di colpo in un pianto dirotto, balzò dalla sedia e urlò infuriato “Basta!”

“Basta, basta, basta!” e fra il tumulto generale di coloro che presero ad additarlo come un ‘povero folle sconosciuto’ si avventò contro il teatrino, afferrando il suo Nuccio e portandolo via.

Sapeva che a quel gesto inconsulto  sarebbe seguita un’amara punizione, una pena tremenda, ferrea, risoluta, ma in quel momento niente gli sembrava più importante che liberare il suo burattino da quello stato di agghiacciante mutismo.

Nessuno in quella sala, dall’araldo ai camerieri,  aveva speso una sola parola per quella marionetta muta, nessuno aveva intercesso per lui, né aveva richiesto che gli venisse data la parola, una sola battuta da pronunciare sorridendo.

Nemmeno lui, nemmeno lui che l’aveva creato! Come aveva potuto?

E così stringendo a sé il suo piccolo burattino, proteggendolo a braccia serrate dalle affilate lame delle spade dei soldati che furiosi avevano presi ad avventarsi su di loro per sedarne la rivolta, il giovane Turi rivolgendo uno sguardo penoso alla folla, fuggì via a gambe levate tirandosi appresso tutte le guardie.

Il parapiglia non durò molto che il povero burattinaio fu acciuffato e arrestato dai militari, che legandogli i polsi senza alcuna pietà con una corda durissima, lo bollarono all’istante in malo modo come il peggiore dei furfanti.

E lui consegnandosi alle sentinelle con fare docile e  sereno, non pronunciò mai alcuna parola a sua discolpa, né mostrò alcun cenno di pentimento per il gesto compiuto.

E alla richiesta rivoltagli dai legali di corte – al termine della lettura della sua lunga requisitoria – di poter esprimere un ultimo desiderio prima di essere imprigionato, egli chiese soltanto che gli  venisse fornito un pennello rosso, e con quello dipinse sul volto del suo Nuccio un gran bel sorriso, solare e sincero come mai aveva disegnato sul viso di alcuno dei suoi burattini.

E rinchiuso nelle prigioni reali assieme alla sua marionetta, Turi non diede alcun segno di insurrezione, né cercò in alcun modo di mercanteggiare la sua condanna, certo che quello che aveva commesso ai danni del povero Nuccio negandogli inizialmente il diritto alla comunicazione, fosse stato ben più grave che il suo ribellarsi ad un simile tiranno superficiale e abbietto, quale si era dimostrato il perfido Re Io.

 Quella stessa notte attraversando le grate della prigione, Eco si presentò al cospetto del giovane Turi sorridendo di gioia fra le lacrime, e muta, stendendosi al suo fianco dormì stretta a lui ed al piccolo Nuccio scaldandoli entrambi col calore del suo cuore pieno d’amore, felice come non lo era mai stata.

E  il burattinaio allacciato a lei ed al suo piccolo, non percepì mai neppure per un attimo il freddo proveniente dal  gelido pavimento gelargli le ossa, e anzi rincantucciato sopra quel misero giaciglio fatto di polvere e di muffa, la notte non gli era mai parsa tanto bella, mille volte più dolce e accogliente che nel suo stesso letto vuoto, senza quei due cuori a scaldare il suo.

Ed Eco sorridendogli di rimando a quel pensiero, fece spuntare con un solo schiocco secco delle sue dita all’interno della cella, a tappezzarne lo spoglio soffitto tutte le stelle più belle del firmamento, come mai in libertà Turi era stato in grado di  assaporare.

E il burattinaio ridendo di gioia nello scorgere per la prima volta sul viso del piccolo Nuccio dipingersi lo stupore della meraviglia, attraverso lo splendore della sua espressione più incantata, nel contemplare quello spettacolo a bocca aperta, udendo per la prima volta come una melodia la sua voce sconosciuta pronunciare timida “Che bello!” aprendo i pugni delle mani di legno ad afferrare  la lucentezza di quegli astri in cielo, nel ripetere “Che bello! Guardate mastro Turi! Non sono stupende Eco?”

Entrambi compresero all’unisono che mai alcun canto in natura sarebbe stato altrettanto melodioso alle loro orecchie, mai, mai.

Monica Fiorentino

 

Published in: on novembre 30, 2009 at 5:35 pm  Lascia un commento  
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