C’era una volta nella bellissima Valle di Corè, un giovane nano di nome Orazio.
Creatura saggia e accorta, dall’animo nobile ed idealista, lavoratore onesto ed instancabile, coraggioso e determinato, trascorreva lui le sue intere giornate come tutti gli altri minatori, nella Cava di Pietra del paese intento nel suo operato, collezionando talvolta anche dodici ore di lavoro tutte di fila, dedito ed attento alla sua attività sempre pronto a non risparmiarsi pur di compiere appieno e diligentemente il suo compito, docile ed operoso.
E per quanto non potesse vantare di certo coi suoi guadagni una vita da nababbo, niente sembrava essere in grado di smuovere la sua buona volontà e nulla sembrava essere capace di intaccare i suoi sani principi. Sempre pronto a onorare con coscienza i suoi obblighi, operaio puntiglioso e preciso.
Soltanto di notte, uscito dalla Cava sporco ed esausto, il suo sguardo andava verso la luna e le sue speranze s’accendevano nell’illusione di una vita migliore “Se solo potessi un giorno trovare anche io un diamante!” sospirava reggendosi stanco alla sua vanga “Così da poter fare una vita di agi e ricchezza, senza dover lavorare fino a rompermi la schiena!”
Sognava il poveretto, come tutti quelli che ogni notte spinti dalla speranza si recavano all’interno della Baia di Corè per scavare nella roccia, alla ricerca del diamante che – secondo la leggenda - era stato generato dalle lacrime della sirena Sicula riparatasi fra i suoi sassi, prima di morire fra le onde del mare, colpita al cuore dalla lancia di un marinaio.
“Ed allora perché non ci provi?!” lo avvicinò una sera all’uscita della Cava, una tetra figura avvolta in un saio lungo fino ai piedi ed il volto nascosto sotto un cappuccio.
“In tanti si recano nella Baia pieni di sogni! Provaci anche tu Orazio! Sei una creatura così scaltra e saggia e per di più conosci bene il mestiere! Io osservo da sempre le tua capacità di scavatore e per te ho una grande idea!” lo chiamò per nome lo sconosciuto.
“Perché non spegni la Luna stanotte? Cosicché nessuno possa percorrere la strada per giungere all’insenatura né per mare né per terra e cominci a scavare tu da solo, che conosci bene a tal punto la via, da poterla percorrere ad occhi chiusi? La fortuna ricorda, aiuta gli audaci!” lo consigliò.
E lo sventurato smarrito, voltandosi verso la figura per chiedergli con occhi sbarrati chi fosse, prima ancora di avere avuto l’ardire di pronunciare la sua domanda, si ritrovò in mano un coltellaccio ben affilato.
“Un amico!” gli batté lui due pacche sulla spalla, come se avesse letto nella sue mente “Sono un amico!” gli ripeté prima di sparire, sorridendogli.
E Orazio rigirandosi fra le mani la lunga lama, sentì per la prima volta a quel contatto, una forza e una determinazione che non aveva mai pensato di poter possedere dentro di sé e pieno di energia fece spallucce “Potrei almeno provarci, però! E vivere senza problemi! La fortuna aiuta gli audaci no?”
E senza pensarci oltre, risalì la Valle per giungere al punto più alto di Corè così da cogliere di sorpresa la Luna alla sua uscita e tenderle un agguato.
“Se lui è venuto fino a me, vuol dire che il Destino c’entra qualcosa! Un motivo dovrà pur esserci! Forse la vita vuole ripagarmi di tutte le mie fatiche!” si sforzava di pensare il nano durante l’attesa, cercando di convincere se stesso.
Così nascondendosi dietro un rigoglioso cespuglio di more prese ad aspettare.
Ma di colpo, scorgendo la dolce Luna avanzare ignara, per raggiungere il cielo, il suo cuore mancò di un battito.
Era così bella, pura, gentile con le sue lunghe chiome lasciate libere sulle spalle, la pelle evanescente e le labbra di cera.
E stringendo in pugno l’arma, tremò.
“Non farlo! Non avere tentennamenti io credo in te!” udì di nuovo quella voce al suo orecchio Orazio.
E facendosi avanti, levò in alto la lama deciso.
Ma lasciandola ricadere di colpo, coi suoi begli occhi viola colmi di lacrime, il nano si piegò ai piedi della bella Luna balbettando parole di perdono.
Nell’istante esatto istante in cui, di lontano la perfida piovra, bestia marina dai mille tentacoli, recatasi presso il povero minatore travestita da viandante per indurlo al male coi sui finti modi affabili, spingendolo ad oscurare la Luna e trovare per lui il diamante per poi ucciderlo – una volta eseguito il progetto – soffocandolo coi suoi lunghi artigli, per poi impossessarsi della pietra preziosa e con essa dominare Corè. Vedendo di colpo ridursi in cenere tutti i suoi piani, digrignando il muso in una smorfia di rabbia, si rituffò nelle onde del mare perdendosi nella notte.
“Grazie per aver ascoltato il tuo cuore Orazio!” si chinò la Luna a carezzare il capo del nano “Grazie per aver fermato i perfidi piani di quel mostro senza scrupoli!”
E lui asciugandosi le lacrime a quelle parole, cercò nel cuore di lei il perdono.
Da quella notte i due divennero inseparabili e ogni sera dopo il lavoro, risalendo la Valle per tornare dalla sua amata, negli occhi di lei, Orazio comprese di aver trovato il diamante più prezioso e la ricchezza più inestimabile.
Monica Fiorentino